GIOVANNI SENZATERRA
Nel marzo 99 m'imbattei in un caso giudiziario che suscitò presto il mio interesse. Veniva citato in un articolo di dottrina, apparso su una rivista giuridica, sul valore da attribuire al silenzio dell'imputato in un processo penale. L'articolo esplorava due problemi fondamentali, se il silenzio abbia o meno alcun valore per la decisione ed anche se esso potesse essere valutato anche in relazione ad un possibile intralcio o ritardo al processo stesso. Si faceva riferimento ad una sentenza del Tribunale di Nocera in cui un uomo era stato processato per tentato omicidio.
Il caso suscitò la mia curiosità e ricercai gli atti del processo.
Maggiormente incuriosito andai a cercare gli atti di parte e ritrovai delle memorie , degli appunti e una breve narrazione . Riporto integralmente una memoria e degli appunti sul fatto e sui colloqui in carcere. Sulla descrizione del fatto ho aggiunto delle considerazioni personali per cui non appare come documento integrale, quanto come una narrativa.
I colloqui in carcere invece sono riferiti come annotati.
RICOSTRUZIONE DEL FATTO
E' stato ricercato ogni elemento per ricostruire dettagliatamente il fatto.
Giovanni Senzaterra si trovava al tavolo dell'osteria, con una brocca di vino rosso davanti, da solo come sempre, in silenzio a guardare nel vuoto davanti a sé. Era il 12 ottobre di alcuni anni fa. Nel locale c'era il solito andirivieni e i soliti clienti. Due tavoli più in là c'era un gruppo di giocatori di carte, che lo tenevano a debita distanza, anche perché nel locale si era sparsa la voce che lo stargli vicino non portasse molta fortuna, e sappiamo quanto sia impietosa a volte la diceria, e in particolare quanto sia due volte sfortunato colui che oltre ai propri guai viene a trovarsi addosso quest'altro del dirsi in giro che porta iella, o come diceva Pirandello nel prendersi senza saperlo una patente di iettatore.
Era una giornata piovosa, e questo può avere una certa importanza per ricostruire il clima un po’ nervoso che accompagna a volte queste giornate. Un po' di elettricità in più si scarica nell'aria con la pioggia, e questa considerazione può avere il suo valore. Poi, la giornata grigia incupisce anche gli animi. Erano circa le dieci del mattino, quando l'assistente sociale Ernesto Bianchetti è entrato nell'osteria, ha visto Giovanni, e si è avvicinato al suo tavolo, e in silenzio si è messo a sedere di fronte a lui senza rivolgergli alcuna parola. Così dicono i testimoni , e d' altra parte dovevano essere abituati a questo modo di fare e di relazionarsi, perché non ci hanno fatto molto caso e lo hanno dato per scontato. Probabilmente l'incontro era avvenuto in questo modo tante altre volte, come hanno del resto accennato gli stessi testi, per cui questo incontrarsi senza parlare lasciava tutti indifferenti e senza alcuna preoccupazione. Nei tavoli si è continuato nelle occupazioni di ognuno tranquillamente. I giocatori di carte ogni tanto alzavano la voce, qualcuno bestemmiava spesso e se la prendeva con la sfortuna che lo perseguitava. Ogni tanto l'oste si faceva un giro tra gli avventori e rinforzava i boccali.
Secondo un paio di testi, l'assistente sociale guardava in giro e ogni tanto guardava con insistenza e a lungo Giovanni, che non ricambiava, sempre con lo sguardo fisso nel vuoto davanti a sé vicino alla brocca.
Per circa mezzora l'assistente sociale ha continuato così, ogni tanto guardando fisso , ma senza profferire parola. Poi ad un certo punto ha detto che doveva andare via ma prima voleva che Giovanni gli dicesse se aveva bisogno di qualcosa, e non ottenendo risposta ripeteva la domanda. I testi dicono di avere sentito la stessa domanda fatta per 5 volte, ma che Giovanni rimaneva fermo e fisso, come se non si parlasse con lui. Intanto il tempo era sensibilmente peggiorato e si era scatenato un violento temporale, e gli avventori si erano subito innervositi, e molti se la prendevano come sempre con il governo, altri bestemmiavano a voce sempre più alta, e forse sarà per questo che è avvenuto che un fulmine è caduto nel paese ed il rumore del tuono ha fatto sobbalzare tutti. Giovanni si è alzato di scatto e l'assistente sociale se l'è trovato di fronte inaspettatamente. Gli ha rinnovato la domanda e allora Giovanni lo ha spinto con forza , e quello è caduto all'indietro ed ha battuto violentemente il capo contro uno sgabello ed rimasto a terra priva di sensi.
Prontamente soccorso dai presenti, il Bianchetti è stato ricoverato presso il locale nosocomio dove gli è stato riscontrato un grave trauma cranico per il quale ha dovuto rimanere in cura per 20 giorni.
Il titolare del locale aveva nel frattempo chiamato la polizia, che è intervenuta nell'immediatezza dei fatti e gli agenti hanno subito proceduto ad arrestare Giovanni e nell'informativa di reato hanno accusato lo stesso di tentato omicidio.
Il 13 di ottobre Giovanni veniva sottoposto all'interrogatorio. Il Giudice delle indagini preliminari , che era entrato nel carcere con fare tranquillo e sicuro, ne usciva dopo circa un'ora abbastanza rattristato, incapace di capire se si trovava di fronte ad una caso clinico oppure ad un volontario mutismo che però diventava troppo forte e a volte così disperante.
Lo stesso Giudice aveva chiesto a Giovanni le generalità e non aveva ottenuto risposta alcuna. Allora lo aveva avvisato che la mancata risposta poteva aggravare, e di molto, la sua posizione già precaria, ma l'avvertimento era rimasto senza effetto. Il Giudice allora si era rivolto alla segretaria, cercando un aiuto, e i due avevano parlottato tra di loro, poi il Giudice rivolto all'avvocato aveva detto che la posizione si poteva aggravare con questo mutismo senza senso alcuno, e l'avvocato aveva annuito, e rivolto al suo assistito aveva detto: "Orsù, rispondete alle domande del Giudice, dovete almeno portare rispetto alla giustizia!" Al sentire questo richiamo della giustizia si ottenne un verso animalesco, simile ad un grugnito, ma non certo una risposta. Il Giudice disse allora che delle generalità in fondo non se ne aveva bisogno perché le conoscevano bene tutti e la Polizia gliele aveva fornite , in quanto Giovanni era ben conosciuto, l'avvocato protestò e disse che la cosa non gli sembrava regolare, e il Giudice lo riprese con severità dicendo che certo non poteva sperare che il mutismo del suo assistito paralizzasse il corso della giustizia, al che l'avvocato mugugnò e il giudice sorrise con una certa ironia. La segretaria chiese se poteva procedere e il Giudice le dettò le generalità, lo stato civile(celibe) ,l'indirizzo(senza fissa dimora), le ricchezze(nullatenente),e scelse infine per Giovanni Senzaterra il domicilio dove avrebbe ricevuto le comunicazioni del procedimento presso l'avvocato, che accennò ad una minima protesta, ma fu azzittito dal Giudice che gli rispose con il ritornello che non si poteva paralizzare la giustizia.
Il Giudice lesse ad alta voce e velocemente l'informativa della Polizia sul fatto e chiese a Giovanni se era vero che egli aveva cercato di uccidere il Bianchetti. Non ottenuta risposta alcuna, fece verbalizzare il suo silenzio e commentò a voce alta rivolto alla segretaria: "Chi tace, acconsente…" e vedeva che la stessa era molto perplessa, e guardava ogni tanto Giovanni . L'avvocato protestò vivacemente , incoraggiato dallo sguardo perplesso della segretaria e disse con fermezza che il silenzio non poteva avere alcun significato, e che così ogni silenzio sarebbe equivalso ad un crimine commesso, ma il giudice lo guardò annoiato e poi gli rispose" E vabbene, allora gli facciamo altre domande, ma avverta il suo assistito che il suo silenzio peggiora ulteriormente la sua posizione, che è già delicata abbastanza!" e l'avvocato allora ammonì severamente Giovanni, e gli disse che così lui non si difendeva e non si faceva difendere , che lo metteva in una posizione imbarazzante e metteva a disagio tutti, anche il Giudice e che di questo si doveva vergognare. Neppure un mugugno seguì al profondo discorso dell'avvocato, che si abbandonò affranto sulla sedia, mentre il Giudice fece un'altra domanda "Avete percosso con violenza il signor Bianchetti?" e l'avvocato provò a protestare, che l'informativa non parlava di percosse e di violenza, ma il Giudice disse che le domande le faceva lui e le risposte gliele doveva dare il suo assistito, e che era del tutto inutile il suo interferire, tanto non veniva verbalizzato. E fece un'altra domanda :"Volevate uccidere il signor Bianchetti?" e alla mancata risposta disse: "Va bene, basta, può firmare il verbale, avvocato" e l'avvocato firmò il verbale; sapeva bene che al posto della firma di Giovanni ci sarebbe stato scritto che si rifiutava di sottoscrivere, come era stato scritto che non aveva risposto alcunché alle domande che erano state verbalizzate. Il Giudice uscì accompagnato dalla segretaria e Giovanni si rivoltò e guardò il suo avvocato e gli sorrise. E fu ricambiato.
Giovanni fu condotto di nuovo nel carcere dove era già recluso e non è che la situazione per lui fosse molto diversa da quella in cui viveva abitualmente. Anzi, forse aveva una vita più regolare se non ci fosse una certa severità di una guardia carceraria che pretendeva che lui gli rispondesse, e ad ogni mancata risposta invocava un aumento di pena. In effetti gli aumenti di pena proposti furono considerevoli ma bisogna dire che il Giudice fu clemente e disse che secondo lui bisognava che prima lo condannassero per aumentare la pena e che quella che stava scontando era una carcerazione preventiva, per evitare che egli commettesse nuovi reati e perciò non bisognava usare troppo il bastone ma essere flessibili, che certo il suo mutismo irritava, ma forse voleva dire qualche cosa.
COLLOQUI IN CARCERE
(Queste brevi note cercano di riassumere i vari colloqui in carcere avuti con l'avvocato . Sono in prima persona e riprendono gli appunti dello stesso avvocato.)
Subito dopo l'interrogatorio, mi recai a parlare con il comandante delle guardie carcerarie e gli spiegai la situazione. Egli si mostrò molto comprensivo e disse che loro non erano certo abituati ad un gran parlare con i detenuti, per cui non pensava che ci potessero essere problemi. Io allora gli dissi che cosa più mi preoccupava, che la salute del detenuto non si aggravasse ulteriormente, e che per questo ci fosse verso di lui una certa comprensione, e che quel suo ostinato chiudersi in sé non doveva peggiorare anche le sue condizioni generali, che allora mi apparivano abbastanza buone, ma che temevo fossero compromesse dalla detenzione. Il comandante mi rispose che la mia preoccupazione gli sembrava esagerata, perché se il carcere è un mezzo di correzione, non siamo al Medio Evo e i detenuti sono trattati molto bene. Al che gli feci osservare che per quanto bene lo potessero trattare, ci sarebbero state grosse difficoltà se il personale carcerario non fosse stato preparato al suo silenzio. Lo avrebbero potuto fraintendere e qualcuno avrebbe potuto punirlo severamente per questo. Ma il Comandante mi rassicurò su questo punto, dicendo che ci si era abituati ai comportamenti più vari, e che il mutismo non era una novità in carcere, o almeno in quel carcere. Allora , rassicurato da quelle parole ,salutai e mi allontanai.
Tornai in carcere dopo una ventina di giorni, perché avevo ricevuto diverse telefonate dal carcere, in cui il Comandante mi diceva che c'erano dei problemi, perché Giovanni non rispondeva alle domande più comuni, e questo faceva indispettire le guardie carcerarie. D'altra parte, aveva rifiutato il cibo per una settimana fino a che non erano giunti ad una specie di accordo tacito anche per l'intervento del medico del carcere, che aveva detto che forse cercava qualcosa di più semplice, e allora lo avevano messo a pane ed acqua, il che sembrò fargli cosa gradita, perché cominciò a mangiare, e allora gli mettevano anche un bicchiere di vino, e anche quello fu accettato. Quando arrivai al carcere mi misero al corrente che da due giorni mangiava anche una mela al giorno, e una guardia disse che forse voleva togliersi di torno il medico, e io trovai la battuta spiritosa e sorrisi.
Giovanni Senzaterra mi aspettava nella saletta destinata alle visite dei legali.
Lo trovai bene, non sembrava sciupato, evidentemente aveva delle risorse nascoste perché mi aspettavo di trovare dei segni della denutrizione. Dentro di me sospettai che qualche detenuto gli avesse passato del cibo e che gliene passasse di nascosto, altrimenti non era spiegabile . Aveva un atteggiamento un pochino più aperto di prima, il suo sguardo denunciava un qualche cambiamento, perché ora non era più fisso in un punto, ma cambiava ogni due minuti circa il punto ed ogni tanto lo rivolgeva verso di me e mi sembrava non fosse per niente ostile, ma curioso. Era come se mi domandasse il perché delle mie attenzioni verso di lui che gli sembravano strane. D'altra parte io stesso esordii dicendo che mi ero preoccupato di lui e per lui, che desideravo che lui in qualche modo mi manifestasse se ciò per lui aveva una qualche importanza e lui mi guardava di tanto in tanto incuriosito.
Non sapendo di cosa parlare, non avendo risposte, mi misi a leggere il giornale a voce alta e notai che qualcosa lo indispettiva. Così smisi di leggere il giornale e mi misi in rispettoso silenzio. Al che Giovanni si volse verso di me e cominciò a guardarmi con interesse e a fissarmi. Mi stava esaminando.
Ero imbarazzato, ma mi accorgevo che forse quella mia provocazione poteva sortire l'effetto sperato. Mi ripromisi che avrei utilizzato di più e sempre più il silenzio da allora in poi. E sotto il suo sguardo riflettevo su come a volte le parole diventino inutili. Pensai a fondo in quell'occasione al proverbio "Il silenzio è d'oro" anche se per me era difficile collegare il mio interessamento professionale a quel caso con una qualche forma di arricchimento.
Il colloquio fu interrotto dalle guardie carcerarie che incuriosite dal fatto di non ricevere nessun segnale da quella stanzetta, si preoccuparono di far terminare quello strano colloquio .
Dopo un paio di giorni tornai in carcere , perché mi ero ripromesso di occuparmi anche della biancheria, e portai degli indumenti puliti che avevo comperato apposta. Le guardie mi dissero che quello della biancheria era di solito un compito dei parenti dei detenuti, ma nessuno mi fece eccessive domande e mi chiesero che genere di colloquio volessi, da familiare o da legale; al che risposi che io ero sempre il suo avvocato, anche se mi spingevo a qualche gesto di carità e che desideravo il normale colloquio del legale. Allora mi fecero spostare verso le stanzette e andarono a prelevare Giovanni.
Mi parve ingrassato e non me lo spiegavo, perché rimaneva a pane ed acqua, non per punizione, ma perché era quello che voleva lui. Evidentemente era più tranquillo. Al vedermi notai che lo sguardo gli si illuminava ed era come se volesse farmi capire che gli faceva piacere la mia visita. Allora rafforzato da quelle manifestazioni inequivocabili mi feci sicuro e gli chiesi come andava.
Lui non mi rispose, ma mi sorrise ed io ricambiai quel suo sorriso che era eloquente. Non potevo pretendere che ricominciasse a parlare solo perché io facevo qualche gesto di carità o lo andavo a visitare di tanto in tanto. Però la visita gli faceva piacere e questo appariva chiaramente dal suo fare sereno e dal suo sguardo, sempre più tranquillo.
Le note difensive che qui riporto propongono il dibattito sul significato umano del silenzio e oltre a cercare una difesa tecnica vanno ad esplorare su possibili rimedi che il Giudice possa suggerire alla società per tentare di intervenire in una situazione umana difficile. La difesa si ammanta di compiti assistenziali che non le dovrebbero in teoria competere, ma cerca di vedere l'aspetto umano della vicenda e propone al Giudice un punto di vista differente da quello di semplice valutazione delle norme.
Riporto la memoria.
NOTE DIFENSIVE PER GIOVANNI SENZATERRA
Abbiamo potuto rilevare che Giovanni Senzaterra è un pover’uomo privo d'ogni bene ed oggi depauperato rispetto agli strumenti fondamentali che permettono la convivenza con gli altri esseri civili.
Nel corso del procedimento e in ogni nostro intervento precedente avevamo messo bene in evidenza come si trattasse, nel nostro caso, di un soggetto molto povero e privo di ogni capacità di guadagnarsi da vivere.
Infatti egli non sa fare assolutamente nulla. Non ha imparato né un’arte, né alcun mestiere; non è capace di esprimersi se non con alcune parole sconclusionate soprattutto dopo aver bevuto un bicchiere di vino. In questi casi, oltre a dire delle parolacce, infila uno dietro l’altro degli sfondoni senza significato e queste sono le uniche occasioni in cui si esprime con gli altri ; diversamente, egli sta ben muto, al di là di ogni possibilità di interferire nel suo dialogo con se stesso per chiunque ci provi.
Abbiamo spesso assistito a degli episodi di persone che lo chiamavano normalmente: "Ehi, Giovà!" e lui zitto, senza rispondere. Altri episodi possiamo riferire, come talvolta gli siano state rivolte espressioni perfino offensive come : "Cornuto!" e lui impassibile non abbia rivolto neppure lo sguardo.
Il reato che gli viene addebitato è però molto grave e merita attenzione particolare il fatto per come è emerso nel procedimento. L'accusa è di tentato omicidio nei confronti del signor Ernesto Bianchetti, assistente sociale che lo andava a trovare e contro il quale egli si sarebbe avventato con ferocia e che avrebbe colpito ripetutamente , provocandogli delle lesioni gravi. La nostra difesa ha messo in luce come manchi nella fattispecie l'elemento soggettivo del reato per cui si procede, cioè la volontà di commettere il reato stesso.
Se Giovanni ha avuto una reazione violenta, forse qualcosa può averlo determinato. L'accusa ci sembra comunque esasperata, in quanto poteva essa indirizzarsi verso fattispecie meno gravi da principio, considerata la pronta guarigione della persona offesa e la mancanza di esiti permanenti di una qualche rilevanza. Pur tuttavia l'accusa si è voluta indirizzare verso il tentativo di omicidio, ed il procedimento ha avuto il suo corso con questo indirizzo, che a noi sembra falsato in partenza. Comunque, resta da dimostrare la volontà di commettere il reato. L'imputato non si può dire che avesse tale volontà. Né è facile arrivare a comprendere qualcosa della sua intima volontà,
stante il suo perdurante mutismo e la sua quasi completa incapacità di comunicare con gli altri.
Peraltro, questo stato di chiusura verso il mondo esterno appare senza ombra di dubbio determinato dal fatto che Giovanni sia rimasto senza terra e lontano da essa. E senza nessun altro bene, sia immobile, che mobile.
Il fatto di non avere nulla ha determinato in lui la mancanza di ogni preciso riferimento e per questo il suo atteggiamento può qualificarsi come il rifiuto a dialogare con il mondo esterno che viene appena messo da parte nei momenti di ebbrezza.
Giovanni Senzaterra è espressione di quanto valga la terra per le persone. Se una persona non ha una terra da coltivare, può non aver niente da dire. Potrebbe parlare di sé e degli altri, di quello che vede e di quello che sente, ma ciò è per lui senza significato, perché manca di ogni riferimento preciso alle cose. Il fatto che egli prima, quando aveva qualcosa, era molto loquace, è significativo di quanta importanza egli desse alle sue cose.
D'altra parte, la sua è una manifestazione di come un uomo semplice possa perdere il contatto con la realtà in cui vive quando perde il rapporto con la terra. Questo è un aspetto fondamentale della vicenda umana perché la relazione con il mondo esterno sembra per Giovanni aver perduto ogni significato, ogni contenuto valido, tanto che per lui ha perduto valore il linguaggio stesso. Nel rapporto con la terra un uomo semplice trovava il senso del proprio vivere e del proprio raffrontarsi con la realtà. Quando quel rapporto gli è venuto meno, egli ha perduto il significato della sua stessa esistenza. Per cui questo suo rifiuto del linguaggio appare come una disperata espressione di sfiducia rispetto ad un mezzo, il linguaggio, che non gli può restituire il bene perduto, il rapporto con la madre terra che viene a troncarsi e a lasciare l'essere indifeso contro le avversità della vita.
Per questo chiediamo che venga restituito a Giovanni Senzaterra almeno un pezzettino di terra, cosicché egli possa riavere anche la favella. Altrimenti, non crediamo che egli uscirà mai da questo stato di chiusura in sé.
Un pezzettino di terra, magari un vaso, gli permetterebbero di coltivarlo ed egli avrebbe qualche cosa di nuovo da dire.
Non è che con questo vogliamo giustificare il suo atteggiamento attuale né questa è una argomentazione di difesa, ma va oltre a cercare un rimedio al suo modo di porsi in relazione con il mondo ; esso è certamente ben deprecabile, poiché anche senza avere nulla un uomo è sempre un uomo e può ben vivere tra gli altri uomini, e può parlare con gli altri. Però noi vogliamo cercare di capire come la privazione di ogni bene abbia tolto a Giovanni ogni sicurezza.
La sua vita era legata alla terra. Essa la riempiva di ogni suo significato. Ora, senza la terra, Giovanni è come un pulcino sperduto che abbia perso ogni contatto con la chioccia prematuramente.
Qualcuno potrebbe anche affermare, a riguardo, che ciò può contribuire a rinforzare il suo carattere ed a renderlo capace di affrontare meglio le future difficoltà senza false sicurezze a cui appigliarsi.
Ma questa argomentazione, anche se sarebbe in teoria possibile per tante persone, non è adatta in questo caso.
Invece è vero che Giovanni, privato della terra, ha quasi perso l’uso del linguaggio. Il quale, come tutti sanno, è lo strumento principale della vita sociale. Ed ha perso anche la possibilità di comunicazioni, che, come tutti sanno, permettono alle persone ogni tipo di scambi.
Ora, questa difesa di Giovanni vuole mettere in evidenza che la perdita del linguaggio e delle comunicazioni non è avvenuta per volontà esclusiva di Giovanni. Certamente qualcuno potrà dire e argomentare al contrario che: "Doveva reagire” e questo è vero. Ma se egli è venuto meno ad un dovere, questo dovere riguardava lui stesso in primo luogo e poi gli altri.
Ora, se questa invece è stata la sua reazione, come una grande rassegnazione, c’erano anche altri che avevano il dovere di assisterlo e di aiutarlo a tirarsi fuori dalla sua crisi.
Anche le Autorità, che oggi lo vogliono condannare anche per il suo mutismo di risposta, dovevano aiutarlo a venirne fuori e a farlo parlare e, se non ci riuscivano, almeno a fargli cantare una canzone.
Niente di tutto ciò, ma nessun aiuto nemmeno dalle persone a lui più vicine.
Per tutti questi motivi, chiediamo che Giovanni Senzaterra venga assolto da ogni accusa che viene rivolta contro di lui e che, per migliorare le sue condizioni, gli venga restituito almeno un vasetto, di terra.
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Le brevi note che seguono sono note di appunti tratte dagli scritti della difesa.
-1a annotazione. BISOGNA RIMETTERE I PIEDI PER TERRA.
Certo bisogna trovare il modo perché il nostro riprenda il proprio contatto con la realtà.
Ridiscendere dagli alberi in cui si è rifugiato dovrà essere molto difficile, ma è necessario che lui lo faccia, altrimenti ogni forma di comunicazione diventa altamente improbabile. In effetti ci si trova un poco di fronte ad un caso singolare, di un uomo che ha trovato improvvisamente a paralizzarsi ogni propria forma di contatto con il mondo esterno e non riusciamo a capire facilmente il motivo di questa specie di alienazione. Che ci pare peraltro che non gli pesi molto, mentre a noi tutti fa molta impressione. Il rifugio che si è trovato evidentemente gli dà una certa maggior sicurezza, ed egli preferisce rintanarsi. Ma come potrà però continuare ad isolarsi così?!. La comunità deve allarmarsi e da questo modo di comportarsi deve prendere le misure affinché sia il meno dannoso possibile per tutti, per lui come per chi lo circonda.
In pratica, si chiede che qualunque organismo a ciò deputato vigili in modo che comportamenti simili non abbiano a portare gravi danni alla comunità e al sentire comune. Perché, se ognuno si isolasse in se stesso e non comunicasse con gli altri, allora ci sarebbero tante isole che magari si toccherebbero ma sarebbero sempre separate tra loro da abissi profondi e difficilmente colmabili.
E questo bisogna evitarlo, finché si è in tempo.
Perché altrimenti verrebbe meno il significato minimo del vivere insieme. Se tutti potessimo comportarci come se fossimo isolati gli uni dagli altri, che significato avrebbe la comunicazione se con la stessa non si desse e non si ricevesse qualcosa. E perderebbe ogni significato anche il ricordo degli altri, come anche la speranza di incontrare qualcuno. La vita di un'isola senza collegamenti farebbe venire meno anche ogni significato dell'amore verso gli altri, come anche di ogni sentimento in relazione al rapporto.
Noi uomini saremmo simili a degli automi, indifferenti ed insensibili.
Dobbiamo perciò rimettere i piedi sulla terra della vita civile e riprendere ad usare la corda civile che vibra nel nostro essere. Per evitare che questa insidia si diffonda, aiutiamo Giovanni Senzaterra a rimettere i piedi per terra, ad uscire dal suo isolamento, ad uscire dalla sua mancanza di comunicazione.
-2a annotazione. OCCORRE DARGLI UN PO' DI TERRA.
Questa mancanza della terra ha in questo caso effetti devastanti!
Non si riesce a capire come mai ne senta tanto il bisogno. In fondo, non è un essere primitivo e non è privo della cultura che il tempo attuale gli ha consegnato, per cui risulta difficilissimo capire questo senso patologico di distacco che egli avverte, come se fosse un contadino di altri tempi. O come se fosse una persona incapace di nuotare che viene gettata improvvisamente in acqua. Lui lontano dalla terra è come se fosse privato del necessario per vivere. Ma allora la civiltà e il progresso e la televisione e il computer e le macchine e la comunicazione globale e tutte le scoperte a che cosa sarebbero servite, se non si riesce a vivere senza il contatto con la terra? E se le parole sono per lui così inutili, che non se ne serve più nemmeno!.
Questo è il vero disastro, la perdita della comunicazione.
Nel momento in cui si celebra il trionfo dei mezzi di comunicazione, assistere impotenti a questo deficit improvviso di comunicazione in un soggetto e rendersi conto che questo suo cadere così in basso è fonte di disagio ma anche necessariamente determina la necessità che la società giudichi e vegli, lascia un poco di perplessità. Certo, la comunità deve trovare ogni forma possibile di protezione da questi casi, che peraltro si reputano casi particolari, per cui non ci sono pericoli di diffusioni epidemiche o cose simili. Però, il giudizio non deve essere troppo severo e non deve accentuare la solitudine e l'isolamento in cui il soggetto già si trova. E d'altra parte, il compito di questa difesa è fare quanto in suo potere per trovare una mitigazione delle pene cui il soggetto sarà comunque costretto dalla sua situazione. Certo questa difesa ha un compito giuridico, e non si può rivestire dei compiti che altre scienze sociali hanno assegnato ad altri ruoli . Non ci si può trasformare di punto in bianco in sociologo od in assistente sociale. Non si ha la preparazione. Non si ha la vocazione. Non si ha né la visione particolare né la panoramica. L'orizzonte giuridico è differente, forse più preciso, forse più confuso, ma esso è delimitato e determinato dalle norme e dalla loro interpretazione. In questa ultima, nell'interpretazione, ci può essere un avvicinamento con altri orizzonti, ma resta comunque vero il fatto che la visione giuridica dei fatti e dei comportamenti sta in relazione alle norme giuridiche che le regolano. E per il giurista, questo è un classico caso di assistenza, intesa in senso giuridico: per cui noi invochiamo un provvedimento giurisdizionale di clemente valutazione dei fatti e insieme che restituisca d'autorità un pezzo di terra al soggetto. E' certo che noi così facendo ci stiamo spingendo anche in altri campi, ci stiamo occupando anche degli aspetti sociali del fenomeno, ma ciò non toglie che noi stiamo indicando una via prettamente giurisdizionale. La situazione porta il soggetto ad essere inevitabilmente oggetto di un giudizio da parte della comunità. Ma la necessità del giudizio non comporta come conseguenza che esso sia solamente severo.
Il giudizio della comunità deve è vero servire alla stessa per impedire e prevenire comportamenti ritenuti pericolosi, ed è secondo molti una forma di controllo che la comunità ha e deve mantenere per impedire che gli individui si spingano oltre certi limiti in danno degli altri. Ma se questo è vero, e se con il giudizio la comunità controlla gli individui, noi confidiamo in un giudizio equo, scevro da pregiudizi, e che serva anche a cercare le vie per evitare in futuro che si ripetano fatti simili.
In questo senso confidiamo che all'imputato venga resa un poco di terra in modo che egli possa riprendere poco a poco il contatto con essa che a nostro parere è per lui essenziale alla sopravvivenza.
Nel marzo 99 m'imbattei in un caso giudiziario che suscitò presto il mio interesse. Veniva citato in un articolo di dottrina, apparso su una rivista giuridica, sul valore da attribuire al silenzio dell'imputato in un processo penale. L'articolo esplorava due problemi fondamentali, se il silenzio abbia o meno alcun valore per la decisione ed anche se esso potesse essere valutato anche in relazione ad un possibile intralcio o ritardo al processo stesso. Si faceva riferimento ad una sentenza del Tribunale di Nocera in cui un uomo era stato processato per tentato omicidio.
Il caso suscitò la mia curiosità e ricercai gli atti del processo.
Maggiormente incuriosito andai a cercare gli atti di parte e ritrovai delle memorie , degli appunti e una breve narrazione . Riporto integralmente una memoria e degli appunti sul fatto e sui colloqui in carcere. Sulla descrizione del fatto ho aggiunto delle considerazioni personali per cui non appare come documento integrale, quanto come una narrativa.
I colloqui in carcere invece sono riferiti come annotati.
RICOSTRUZIONE DEL FATTO
E' stato ricercato ogni elemento per ricostruire dettagliatamente il fatto.
Giovanni Senzaterra si trovava al tavolo dell'osteria, con una brocca di vino rosso davanti, da solo come sempre, in silenzio a guardare nel vuoto davanti a sé. Era il 12 ottobre di alcuni anni fa. Nel locale c'era il solito andirivieni e i soliti clienti. Due tavoli più in là c'era un gruppo di giocatori di carte, che lo tenevano a debita distanza, anche perché nel locale si era sparsa la voce che lo stargli vicino non portasse molta fortuna, e sappiamo quanto sia impietosa a volte la diceria, e in particolare quanto sia due volte sfortunato colui che oltre ai propri guai viene a trovarsi addosso quest'altro del dirsi in giro che porta iella, o come diceva Pirandello nel prendersi senza saperlo una patente di iettatore.
Era una giornata piovosa, e questo può avere una certa importanza per ricostruire il clima un po’ nervoso che accompagna a volte queste giornate. Un po' di elettricità in più si scarica nell'aria con la pioggia, e questa considerazione può avere il suo valore. Poi, la giornata grigia incupisce anche gli animi. Erano circa le dieci del mattino, quando l'assistente sociale Ernesto Bianchetti è entrato nell'osteria, ha visto Giovanni, e si è avvicinato al suo tavolo, e in silenzio si è messo a sedere di fronte a lui senza rivolgergli alcuna parola. Così dicono i testimoni , e d' altra parte dovevano essere abituati a questo modo di fare e di relazionarsi, perché non ci hanno fatto molto caso e lo hanno dato per scontato. Probabilmente l'incontro era avvenuto in questo modo tante altre volte, come hanno del resto accennato gli stessi testi, per cui questo incontrarsi senza parlare lasciava tutti indifferenti e senza alcuna preoccupazione. Nei tavoli si è continuato nelle occupazioni di ognuno tranquillamente. I giocatori di carte ogni tanto alzavano la voce, qualcuno bestemmiava spesso e se la prendeva con la sfortuna che lo perseguitava. Ogni tanto l'oste si faceva un giro tra gli avventori e rinforzava i boccali.
Secondo un paio di testi, l'assistente sociale guardava in giro e ogni tanto guardava con insistenza e a lungo Giovanni, che non ricambiava, sempre con lo sguardo fisso nel vuoto davanti a sé vicino alla brocca.
Per circa mezzora l'assistente sociale ha continuato così, ogni tanto guardando fisso , ma senza profferire parola. Poi ad un certo punto ha detto che doveva andare via ma prima voleva che Giovanni gli dicesse se aveva bisogno di qualcosa, e non ottenendo risposta ripeteva la domanda. I testi dicono di avere sentito la stessa domanda fatta per 5 volte, ma che Giovanni rimaneva fermo e fisso, come se non si parlasse con lui. Intanto il tempo era sensibilmente peggiorato e si era scatenato un violento temporale, e gli avventori si erano subito innervositi, e molti se la prendevano come sempre con il governo, altri bestemmiavano a voce sempre più alta, e forse sarà per questo che è avvenuto che un fulmine è caduto nel paese ed il rumore del tuono ha fatto sobbalzare tutti. Giovanni si è alzato di scatto e l'assistente sociale se l'è trovato di fronte inaspettatamente. Gli ha rinnovato la domanda e allora Giovanni lo ha spinto con forza , e quello è caduto all'indietro ed ha battuto violentemente il capo contro uno sgabello ed rimasto a terra priva di sensi.
Prontamente soccorso dai presenti, il Bianchetti è stato ricoverato presso il locale nosocomio dove gli è stato riscontrato un grave trauma cranico per il quale ha dovuto rimanere in cura per 20 giorni.
Il titolare del locale aveva nel frattempo chiamato la polizia, che è intervenuta nell'immediatezza dei fatti e gli agenti hanno subito proceduto ad arrestare Giovanni e nell'informativa di reato hanno accusato lo stesso di tentato omicidio.
Il 13 di ottobre Giovanni veniva sottoposto all'interrogatorio. Il Giudice delle indagini preliminari , che era entrato nel carcere con fare tranquillo e sicuro, ne usciva dopo circa un'ora abbastanza rattristato, incapace di capire se si trovava di fronte ad una caso clinico oppure ad un volontario mutismo che però diventava troppo forte e a volte così disperante.
Lo stesso Giudice aveva chiesto a Giovanni le generalità e non aveva ottenuto risposta alcuna. Allora lo aveva avvisato che la mancata risposta poteva aggravare, e di molto, la sua posizione già precaria, ma l'avvertimento era rimasto senza effetto. Il Giudice allora si era rivolto alla segretaria, cercando un aiuto, e i due avevano parlottato tra di loro, poi il Giudice rivolto all'avvocato aveva detto che la posizione si poteva aggravare con questo mutismo senza senso alcuno, e l'avvocato aveva annuito, e rivolto al suo assistito aveva detto: "Orsù, rispondete alle domande del Giudice, dovete almeno portare rispetto alla giustizia!" Al sentire questo richiamo della giustizia si ottenne un verso animalesco, simile ad un grugnito, ma non certo una risposta. Il Giudice disse allora che delle generalità in fondo non se ne aveva bisogno perché le conoscevano bene tutti e la Polizia gliele aveva fornite , in quanto Giovanni era ben conosciuto, l'avvocato protestò e disse che la cosa non gli sembrava regolare, e il Giudice lo riprese con severità dicendo che certo non poteva sperare che il mutismo del suo assistito paralizzasse il corso della giustizia, al che l'avvocato mugugnò e il giudice sorrise con una certa ironia. La segretaria chiese se poteva procedere e il Giudice le dettò le generalità, lo stato civile(celibe) ,l'indirizzo(senza fissa dimora), le ricchezze(nullatenente),e scelse infine per Giovanni Senzaterra il domicilio dove avrebbe ricevuto le comunicazioni del procedimento presso l'avvocato, che accennò ad una minima protesta, ma fu azzittito dal Giudice che gli rispose con il ritornello che non si poteva paralizzare la giustizia.
Il Giudice lesse ad alta voce e velocemente l'informativa della Polizia sul fatto e chiese a Giovanni se era vero che egli aveva cercato di uccidere il Bianchetti. Non ottenuta risposta alcuna, fece verbalizzare il suo silenzio e commentò a voce alta rivolto alla segretaria: "Chi tace, acconsente…" e vedeva che la stessa era molto perplessa, e guardava ogni tanto Giovanni . L'avvocato protestò vivacemente , incoraggiato dallo sguardo perplesso della segretaria e disse con fermezza che il silenzio non poteva avere alcun significato, e che così ogni silenzio sarebbe equivalso ad un crimine commesso, ma il giudice lo guardò annoiato e poi gli rispose" E vabbene, allora gli facciamo altre domande, ma avverta il suo assistito che il suo silenzio peggiora ulteriormente la sua posizione, che è già delicata abbastanza!" e l'avvocato allora ammonì severamente Giovanni, e gli disse che così lui non si difendeva e non si faceva difendere , che lo metteva in una posizione imbarazzante e metteva a disagio tutti, anche il Giudice e che di questo si doveva vergognare. Neppure un mugugno seguì al profondo discorso dell'avvocato, che si abbandonò affranto sulla sedia, mentre il Giudice fece un'altra domanda "Avete percosso con violenza il signor Bianchetti?" e l'avvocato provò a protestare, che l'informativa non parlava di percosse e di violenza, ma il Giudice disse che le domande le faceva lui e le risposte gliele doveva dare il suo assistito, e che era del tutto inutile il suo interferire, tanto non veniva verbalizzato. E fece un'altra domanda :"Volevate uccidere il signor Bianchetti?" e alla mancata risposta disse: "Va bene, basta, può firmare il verbale, avvocato" e l'avvocato firmò il verbale; sapeva bene che al posto della firma di Giovanni ci sarebbe stato scritto che si rifiutava di sottoscrivere, come era stato scritto che non aveva risposto alcunché alle domande che erano state verbalizzate. Il Giudice uscì accompagnato dalla segretaria e Giovanni si rivoltò e guardò il suo avvocato e gli sorrise. E fu ricambiato.
Giovanni fu condotto di nuovo nel carcere dove era già recluso e non è che la situazione per lui fosse molto diversa da quella in cui viveva abitualmente. Anzi, forse aveva una vita più regolare se non ci fosse una certa severità di una guardia carceraria che pretendeva che lui gli rispondesse, e ad ogni mancata risposta invocava un aumento di pena. In effetti gli aumenti di pena proposti furono considerevoli ma bisogna dire che il Giudice fu clemente e disse che secondo lui bisognava che prima lo condannassero per aumentare la pena e che quella che stava scontando era una carcerazione preventiva, per evitare che egli commettesse nuovi reati e perciò non bisognava usare troppo il bastone ma essere flessibili, che certo il suo mutismo irritava, ma forse voleva dire qualche cosa.
COLLOQUI IN CARCERE
(Queste brevi note cercano di riassumere i vari colloqui in carcere avuti con l'avvocato . Sono in prima persona e riprendono gli appunti dello stesso avvocato.)
Subito dopo l'interrogatorio, mi recai a parlare con il comandante delle guardie carcerarie e gli spiegai la situazione. Egli si mostrò molto comprensivo e disse che loro non erano certo abituati ad un gran parlare con i detenuti, per cui non pensava che ci potessero essere problemi. Io allora gli dissi che cosa più mi preoccupava, che la salute del detenuto non si aggravasse ulteriormente, e che per questo ci fosse verso di lui una certa comprensione, e che quel suo ostinato chiudersi in sé non doveva peggiorare anche le sue condizioni generali, che allora mi apparivano abbastanza buone, ma che temevo fossero compromesse dalla detenzione. Il comandante mi rispose che la mia preoccupazione gli sembrava esagerata, perché se il carcere è un mezzo di correzione, non siamo al Medio Evo e i detenuti sono trattati molto bene. Al che gli feci osservare che per quanto bene lo potessero trattare, ci sarebbero state grosse difficoltà se il personale carcerario non fosse stato preparato al suo silenzio. Lo avrebbero potuto fraintendere e qualcuno avrebbe potuto punirlo severamente per questo. Ma il Comandante mi rassicurò su questo punto, dicendo che ci si era abituati ai comportamenti più vari, e che il mutismo non era una novità in carcere, o almeno in quel carcere. Allora , rassicurato da quelle parole ,salutai e mi allontanai.
Tornai in carcere dopo una ventina di giorni, perché avevo ricevuto diverse telefonate dal carcere, in cui il Comandante mi diceva che c'erano dei problemi, perché Giovanni non rispondeva alle domande più comuni, e questo faceva indispettire le guardie carcerarie. D'altra parte, aveva rifiutato il cibo per una settimana fino a che non erano giunti ad una specie di accordo tacito anche per l'intervento del medico del carcere, che aveva detto che forse cercava qualcosa di più semplice, e allora lo avevano messo a pane ed acqua, il che sembrò fargli cosa gradita, perché cominciò a mangiare, e allora gli mettevano anche un bicchiere di vino, e anche quello fu accettato. Quando arrivai al carcere mi misero al corrente che da due giorni mangiava anche una mela al giorno, e una guardia disse che forse voleva togliersi di torno il medico, e io trovai la battuta spiritosa e sorrisi.
Giovanni Senzaterra mi aspettava nella saletta destinata alle visite dei legali.
Lo trovai bene, non sembrava sciupato, evidentemente aveva delle risorse nascoste perché mi aspettavo di trovare dei segni della denutrizione. Dentro di me sospettai che qualche detenuto gli avesse passato del cibo e che gliene passasse di nascosto, altrimenti non era spiegabile . Aveva un atteggiamento un pochino più aperto di prima, il suo sguardo denunciava un qualche cambiamento, perché ora non era più fisso in un punto, ma cambiava ogni due minuti circa il punto ed ogni tanto lo rivolgeva verso di me e mi sembrava non fosse per niente ostile, ma curioso. Era come se mi domandasse il perché delle mie attenzioni verso di lui che gli sembravano strane. D'altra parte io stesso esordii dicendo che mi ero preoccupato di lui e per lui, che desideravo che lui in qualche modo mi manifestasse se ciò per lui aveva una qualche importanza e lui mi guardava di tanto in tanto incuriosito.
Non sapendo di cosa parlare, non avendo risposte, mi misi a leggere il giornale a voce alta e notai che qualcosa lo indispettiva. Così smisi di leggere il giornale e mi misi in rispettoso silenzio. Al che Giovanni si volse verso di me e cominciò a guardarmi con interesse e a fissarmi. Mi stava esaminando.
Ero imbarazzato, ma mi accorgevo che forse quella mia provocazione poteva sortire l'effetto sperato. Mi ripromisi che avrei utilizzato di più e sempre più il silenzio da allora in poi. E sotto il suo sguardo riflettevo su come a volte le parole diventino inutili. Pensai a fondo in quell'occasione al proverbio "Il silenzio è d'oro" anche se per me era difficile collegare il mio interessamento professionale a quel caso con una qualche forma di arricchimento.
Il colloquio fu interrotto dalle guardie carcerarie che incuriosite dal fatto di non ricevere nessun segnale da quella stanzetta, si preoccuparono di far terminare quello strano colloquio .
Dopo un paio di giorni tornai in carcere , perché mi ero ripromesso di occuparmi anche della biancheria, e portai degli indumenti puliti che avevo comperato apposta. Le guardie mi dissero che quello della biancheria era di solito un compito dei parenti dei detenuti, ma nessuno mi fece eccessive domande e mi chiesero che genere di colloquio volessi, da familiare o da legale; al che risposi che io ero sempre il suo avvocato, anche se mi spingevo a qualche gesto di carità e che desideravo il normale colloquio del legale. Allora mi fecero spostare verso le stanzette e andarono a prelevare Giovanni.
Mi parve ingrassato e non me lo spiegavo, perché rimaneva a pane ed acqua, non per punizione, ma perché era quello che voleva lui. Evidentemente era più tranquillo. Al vedermi notai che lo sguardo gli si illuminava ed era come se volesse farmi capire che gli faceva piacere la mia visita. Allora rafforzato da quelle manifestazioni inequivocabili mi feci sicuro e gli chiesi come andava.
Lui non mi rispose, ma mi sorrise ed io ricambiai quel suo sorriso che era eloquente. Non potevo pretendere che ricominciasse a parlare solo perché io facevo qualche gesto di carità o lo andavo a visitare di tanto in tanto. Però la visita gli faceva piacere e questo appariva chiaramente dal suo fare sereno e dal suo sguardo, sempre più tranquillo.
Le note difensive che qui riporto propongono il dibattito sul significato umano del silenzio e oltre a cercare una difesa tecnica vanno ad esplorare su possibili rimedi che il Giudice possa suggerire alla società per tentare di intervenire in una situazione umana difficile. La difesa si ammanta di compiti assistenziali che non le dovrebbero in teoria competere, ma cerca di vedere l'aspetto umano della vicenda e propone al Giudice un punto di vista differente da quello di semplice valutazione delle norme.
Riporto la memoria.
NOTE DIFENSIVE PER GIOVANNI SENZATERRA
Abbiamo potuto rilevare che Giovanni Senzaterra è un pover’uomo privo d'ogni bene ed oggi depauperato rispetto agli strumenti fondamentali che permettono la convivenza con gli altri esseri civili.
Nel corso del procedimento e in ogni nostro intervento precedente avevamo messo bene in evidenza come si trattasse, nel nostro caso, di un soggetto molto povero e privo di ogni capacità di guadagnarsi da vivere.
Infatti egli non sa fare assolutamente nulla. Non ha imparato né un’arte, né alcun mestiere; non è capace di esprimersi se non con alcune parole sconclusionate soprattutto dopo aver bevuto un bicchiere di vino. In questi casi, oltre a dire delle parolacce, infila uno dietro l’altro degli sfondoni senza significato e queste sono le uniche occasioni in cui si esprime con gli altri ; diversamente, egli sta ben muto, al di là di ogni possibilità di interferire nel suo dialogo con se stesso per chiunque ci provi.
Abbiamo spesso assistito a degli episodi di persone che lo chiamavano normalmente: "Ehi, Giovà!" e lui zitto, senza rispondere. Altri episodi possiamo riferire, come talvolta gli siano state rivolte espressioni perfino offensive come : "Cornuto!" e lui impassibile non abbia rivolto neppure lo sguardo.
Il reato che gli viene addebitato è però molto grave e merita attenzione particolare il fatto per come è emerso nel procedimento. L'accusa è di tentato omicidio nei confronti del signor Ernesto Bianchetti, assistente sociale che lo andava a trovare e contro il quale egli si sarebbe avventato con ferocia e che avrebbe colpito ripetutamente , provocandogli delle lesioni gravi. La nostra difesa ha messo in luce come manchi nella fattispecie l'elemento soggettivo del reato per cui si procede, cioè la volontà di commettere il reato stesso.
Se Giovanni ha avuto una reazione violenta, forse qualcosa può averlo determinato. L'accusa ci sembra comunque esasperata, in quanto poteva essa indirizzarsi verso fattispecie meno gravi da principio, considerata la pronta guarigione della persona offesa e la mancanza di esiti permanenti di una qualche rilevanza. Pur tuttavia l'accusa si è voluta indirizzare verso il tentativo di omicidio, ed il procedimento ha avuto il suo corso con questo indirizzo, che a noi sembra falsato in partenza. Comunque, resta da dimostrare la volontà di commettere il reato. L'imputato non si può dire che avesse tale volontà. Né è facile arrivare a comprendere qualcosa della sua intima volontà,
stante il suo perdurante mutismo e la sua quasi completa incapacità di comunicare con gli altri.
Peraltro, questo stato di chiusura verso il mondo esterno appare senza ombra di dubbio determinato dal fatto che Giovanni sia rimasto senza terra e lontano da essa. E senza nessun altro bene, sia immobile, che mobile.
Il fatto di non avere nulla ha determinato in lui la mancanza di ogni preciso riferimento e per questo il suo atteggiamento può qualificarsi come il rifiuto a dialogare con il mondo esterno che viene appena messo da parte nei momenti di ebbrezza.
Giovanni Senzaterra è espressione di quanto valga la terra per le persone. Se una persona non ha una terra da coltivare, può non aver niente da dire. Potrebbe parlare di sé e degli altri, di quello che vede e di quello che sente, ma ciò è per lui senza significato, perché manca di ogni riferimento preciso alle cose. Il fatto che egli prima, quando aveva qualcosa, era molto loquace, è significativo di quanta importanza egli desse alle sue cose.
D'altra parte, la sua è una manifestazione di come un uomo semplice possa perdere il contatto con la realtà in cui vive quando perde il rapporto con la terra. Questo è un aspetto fondamentale della vicenda umana perché la relazione con il mondo esterno sembra per Giovanni aver perduto ogni significato, ogni contenuto valido, tanto che per lui ha perduto valore il linguaggio stesso. Nel rapporto con la terra un uomo semplice trovava il senso del proprio vivere e del proprio raffrontarsi con la realtà. Quando quel rapporto gli è venuto meno, egli ha perduto il significato della sua stessa esistenza. Per cui questo suo rifiuto del linguaggio appare come una disperata espressione di sfiducia rispetto ad un mezzo, il linguaggio, che non gli può restituire il bene perduto, il rapporto con la madre terra che viene a troncarsi e a lasciare l'essere indifeso contro le avversità della vita.
Per questo chiediamo che venga restituito a Giovanni Senzaterra almeno un pezzettino di terra, cosicché egli possa riavere anche la favella. Altrimenti, non crediamo che egli uscirà mai da questo stato di chiusura in sé.
Un pezzettino di terra, magari un vaso, gli permetterebbero di coltivarlo ed egli avrebbe qualche cosa di nuovo da dire.
Non è che con questo vogliamo giustificare il suo atteggiamento attuale né questa è una argomentazione di difesa, ma va oltre a cercare un rimedio al suo modo di porsi in relazione con il mondo ; esso è certamente ben deprecabile, poiché anche senza avere nulla un uomo è sempre un uomo e può ben vivere tra gli altri uomini, e può parlare con gli altri. Però noi vogliamo cercare di capire come la privazione di ogni bene abbia tolto a Giovanni ogni sicurezza.
La sua vita era legata alla terra. Essa la riempiva di ogni suo significato. Ora, senza la terra, Giovanni è come un pulcino sperduto che abbia perso ogni contatto con la chioccia prematuramente.
Qualcuno potrebbe anche affermare, a riguardo, che ciò può contribuire a rinforzare il suo carattere ed a renderlo capace di affrontare meglio le future difficoltà senza false sicurezze a cui appigliarsi.
Ma questa argomentazione, anche se sarebbe in teoria possibile per tante persone, non è adatta in questo caso.
Invece è vero che Giovanni, privato della terra, ha quasi perso l’uso del linguaggio. Il quale, come tutti sanno, è lo strumento principale della vita sociale. Ed ha perso anche la possibilità di comunicazioni, che, come tutti sanno, permettono alle persone ogni tipo di scambi.
Ora, questa difesa di Giovanni vuole mettere in evidenza che la perdita del linguaggio e delle comunicazioni non è avvenuta per volontà esclusiva di Giovanni. Certamente qualcuno potrà dire e argomentare al contrario che: "Doveva reagire” e questo è vero. Ma se egli è venuto meno ad un dovere, questo dovere riguardava lui stesso in primo luogo e poi gli altri.
Ora, se questa invece è stata la sua reazione, come una grande rassegnazione, c’erano anche altri che avevano il dovere di assisterlo e di aiutarlo a tirarsi fuori dalla sua crisi.
Anche le Autorità, che oggi lo vogliono condannare anche per il suo mutismo di risposta, dovevano aiutarlo a venirne fuori e a farlo parlare e, se non ci riuscivano, almeno a fargli cantare una canzone.
Niente di tutto ciò, ma nessun aiuto nemmeno dalle persone a lui più vicine.
Per tutti questi motivi, chiediamo che Giovanni Senzaterra venga assolto da ogni accusa che viene rivolta contro di lui e che, per migliorare le sue condizioni, gli venga restituito almeno un vasetto, di terra.
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Le brevi note che seguono sono note di appunti tratte dagli scritti della difesa.
-1a annotazione. BISOGNA RIMETTERE I PIEDI PER TERRA.
Certo bisogna trovare il modo perché il nostro riprenda il proprio contatto con la realtà.
Ridiscendere dagli alberi in cui si è rifugiato dovrà essere molto difficile, ma è necessario che lui lo faccia, altrimenti ogni forma di comunicazione diventa altamente improbabile. In effetti ci si trova un poco di fronte ad un caso singolare, di un uomo che ha trovato improvvisamente a paralizzarsi ogni propria forma di contatto con il mondo esterno e non riusciamo a capire facilmente il motivo di questa specie di alienazione. Che ci pare peraltro che non gli pesi molto, mentre a noi tutti fa molta impressione. Il rifugio che si è trovato evidentemente gli dà una certa maggior sicurezza, ed egli preferisce rintanarsi. Ma come potrà però continuare ad isolarsi così?!. La comunità deve allarmarsi e da questo modo di comportarsi deve prendere le misure affinché sia il meno dannoso possibile per tutti, per lui come per chi lo circonda.
In pratica, si chiede che qualunque organismo a ciò deputato vigili in modo che comportamenti simili non abbiano a portare gravi danni alla comunità e al sentire comune. Perché, se ognuno si isolasse in se stesso e non comunicasse con gli altri, allora ci sarebbero tante isole che magari si toccherebbero ma sarebbero sempre separate tra loro da abissi profondi e difficilmente colmabili.
E questo bisogna evitarlo, finché si è in tempo.
Perché altrimenti verrebbe meno il significato minimo del vivere insieme. Se tutti potessimo comportarci come se fossimo isolati gli uni dagli altri, che significato avrebbe la comunicazione se con la stessa non si desse e non si ricevesse qualcosa. E perderebbe ogni significato anche il ricordo degli altri, come anche la speranza di incontrare qualcuno. La vita di un'isola senza collegamenti farebbe venire meno anche ogni significato dell'amore verso gli altri, come anche di ogni sentimento in relazione al rapporto.
Noi uomini saremmo simili a degli automi, indifferenti ed insensibili.
Dobbiamo perciò rimettere i piedi sulla terra della vita civile e riprendere ad usare la corda civile che vibra nel nostro essere. Per evitare che questa insidia si diffonda, aiutiamo Giovanni Senzaterra a rimettere i piedi per terra, ad uscire dal suo isolamento, ad uscire dalla sua mancanza di comunicazione.
-2a annotazione. OCCORRE DARGLI UN PO' DI TERRA.
Questa mancanza della terra ha in questo caso effetti devastanti!
Non si riesce a capire come mai ne senta tanto il bisogno. In fondo, non è un essere primitivo e non è privo della cultura che il tempo attuale gli ha consegnato, per cui risulta difficilissimo capire questo senso patologico di distacco che egli avverte, come se fosse un contadino di altri tempi. O come se fosse una persona incapace di nuotare che viene gettata improvvisamente in acqua. Lui lontano dalla terra è come se fosse privato del necessario per vivere. Ma allora la civiltà e il progresso e la televisione e il computer e le macchine e la comunicazione globale e tutte le scoperte a che cosa sarebbero servite, se non si riesce a vivere senza il contatto con la terra? E se le parole sono per lui così inutili, che non se ne serve più nemmeno!.
Questo è il vero disastro, la perdita della comunicazione.
Nel momento in cui si celebra il trionfo dei mezzi di comunicazione, assistere impotenti a questo deficit improvviso di comunicazione in un soggetto e rendersi conto che questo suo cadere così in basso è fonte di disagio ma anche necessariamente determina la necessità che la società giudichi e vegli, lascia un poco di perplessità. Certo, la comunità deve trovare ogni forma possibile di protezione da questi casi, che peraltro si reputano casi particolari, per cui non ci sono pericoli di diffusioni epidemiche o cose simili. Però, il giudizio non deve essere troppo severo e non deve accentuare la solitudine e l'isolamento in cui il soggetto già si trova. E d'altra parte, il compito di questa difesa è fare quanto in suo potere per trovare una mitigazione delle pene cui il soggetto sarà comunque costretto dalla sua situazione. Certo questa difesa ha un compito giuridico, e non si può rivestire dei compiti che altre scienze sociali hanno assegnato ad altri ruoli . Non ci si può trasformare di punto in bianco in sociologo od in assistente sociale. Non si ha la preparazione. Non si ha la vocazione. Non si ha né la visione particolare né la panoramica. L'orizzonte giuridico è differente, forse più preciso, forse più confuso, ma esso è delimitato e determinato dalle norme e dalla loro interpretazione. In questa ultima, nell'interpretazione, ci può essere un avvicinamento con altri orizzonti, ma resta comunque vero il fatto che la visione giuridica dei fatti e dei comportamenti sta in relazione alle norme giuridiche che le regolano. E per il giurista, questo è un classico caso di assistenza, intesa in senso giuridico: per cui noi invochiamo un provvedimento giurisdizionale di clemente valutazione dei fatti e insieme che restituisca d'autorità un pezzo di terra al soggetto. E' certo che noi così facendo ci stiamo spingendo anche in altri campi, ci stiamo occupando anche degli aspetti sociali del fenomeno, ma ciò non toglie che noi stiamo indicando una via prettamente giurisdizionale. La situazione porta il soggetto ad essere inevitabilmente oggetto di un giudizio da parte della comunità. Ma la necessità del giudizio non comporta come conseguenza che esso sia solamente severo.
Il giudizio della comunità deve è vero servire alla stessa per impedire e prevenire comportamenti ritenuti pericolosi, ed è secondo molti una forma di controllo che la comunità ha e deve mantenere per impedire che gli individui si spingano oltre certi limiti in danno degli altri. Ma se questo è vero, e se con il giudizio la comunità controlla gli individui, noi confidiamo in un giudizio equo, scevro da pregiudizi, e che serva anche a cercare le vie per evitare in futuro che si ripetano fatti simili.
In questo senso confidiamo che all'imputato venga resa un poco di terra in modo che egli possa riprendere poco a poco il contatto con essa che a nostro parere è per lui essenziale alla sopravvivenza.
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