
LA CARTA D’ IDENTITÁ
Un giorno Giacomino ebbe bisogno della carta d’identità. Era diventato grande e, se fino allora non gli era servita, ora gli sarebbe stata indispensabile.
- Non è che una formalità - gli dissero tutti. Basta andare al Comune, chiedere che cosa serve per ottenerla, procurarsi i documenti necessari.
I problemi invece incominciarono subito, con la fotografia.
Invece di andare da un esperto fotografo e liquidare il tutto in cinque minuti, Giacomino, per risparmiare tempo e denaro, pensò di fare da sé.
“Andrò a farmi le foto sotto i portici della piazza, con l’autoscatto, mammà”
“Sei spettinato, vai prima dal barbiere, non puoi mettere sulla tua carta d’identità un viso in disordine” gli disse la madre.
Giacomino aveva litigato con il barbiere. A tagliarseli da solo non era capace, ma il fatto è che i suoi capelli gli piacevano un po’ arruffati e soprattutto gli dava fastidio che qualcuno gli mettesse le mani in testa, come se gli frugasse nel cervello. Perché così gli sembrava, che ogni volta che il barbiere riordinava quei riccioli scapigliati con le forbici, che volesse lavorare di potatura nel suo cervello. Insomma, Giacomino non era un capellone, perché gli davano fastidio i capelli molto lunghi, ma aveva una specie di idiosincrasia per la poltrona del barbiere, cosa del resto molto comune. Ci andava raramente e sempre malvolentieri. Tra l’altro, ci era andato da poco, nemmeno due mesi, e non aveva nessun desiderio di ritornarci così presto.
E così borbottò che si sarebbe fatto una foto con i capelli che aveva, che non era che una formalità; ma in fondo sapeva che in quel momento non era molto decente e che bisognava pur darsi una sistematina e che la mamma non aveva poi tutti i torti.
Certo, lo scocciava prendere una decisione così eroica, come era per lui quella di andare dal barbiere, per la carta d’identità. Ma la madre insisteva e gli toccò cedere e s’infilò nel negozio del barbiere.
Quel giorno però c’era nell’aria un qualcosa di stuzzichino e doveva aver avuto influenza sull’appetito del barbiere.
Infatti, quando Giacomino si sedette, quello aveva quasi i crampi allo stomaco, ma non poteva fermarsi a fare colazione come le persone civili, ma era costretto a continuare a lavorare; per cui si informò in mille modi su come Giacomino volesse i capelli e quando l’ebbe ben saputo, fece naturalmente di testa sua, spinto anche dai morsi del suo stomaco, come se si dovesse mangiare i capelli di Giacomino col cappuccino.
Il guaio grosso venne quando Giacomino, a metà taglio naturalmente, gli comunicò che voleva una testa adatta per la carta d’identità e che si era deciso per questo a venire a spendere quei soldi anzitempo.
Il barbiere si fece più scrupoloso, e non c’è niente di peggio di un barbiere affamato e scrupoloso: mentre taglia ti comunica i suoi scrupoli e insieme ti fa venire fame e così esci naturalmente arrabbiato dal negozio a cose fatte.
Per cui Giacomino, che desiderava modificare leggermente l’opera del barbiere, cosa che gli era quasi sempre riuscita, fu messo di fronte al fatto che l’occasione era speciale, che bisognava lasciar fare alle persone esperte e così non riuscì ad interferire in nessun modo. Fece un paio di tentativi timidi, ma quando stava per aprire bocca, subito il barbiere gliela chiudeva e fu una fortuna che non si morse la lingua: bisognava fare lo sciampo, a testa in giù, con gli occhi chiusi. Ed era ormai in balia completa del barbiere, il quale, sempre più affamato, nell’asciugare la testa non si fece scrupolo di bruciargli un pochino anche le orecchie, forse pensando ad una bistecca ai ferri.
Quando l’opera fu compiuta, era ormai troppo tardi per cambiarla.
Giacomino si guardò allo specchio e non si piacque subito. Ma abbozzò, pagò e salutò con un po’ di astio il suo barbiere.
Non ebbe il coraggio di farsi subito le foto, però!
Andò a casa.
“Toh, finalmente un bel taglio, chiaro ” fece la mamma.
“ Ma va, mi ha quasi rapato e non me ne sono accorto; ora debbo aspettare un po’ di giorni, che mi ricrescano, per le foto ” fece lui.
Non si piaceva così; la mamma invece insisteva perché se le facesse subito così, con i capelli corti.
Scoppiò quasi un litigio sull’argomento; e subito ci fu un consulto di famiglia, con la zia Adele che naturalmente venne interpellata per prima.
La zia era molto saggia, sapeva dare pareri equilibrati e naturalmente si arrampicò sugli specchi pur di accontentare capra e cavoli non dicendo niente di preciso.
Il babbo disse timidamente che, se a Giacomino non andava di farsele subito, le foto potevano anche aspettare. E, tira e molla, si ottenne un breve rinvio.
Il problema si ripresentò di lì a quindici giorni.
La mamma pressò Giacomino quasi tutto il giorno: era ora che si decidesse, non si poteva poi aspettare tutta la vita per la carta d’identità.
Giacomino si tollerava appena un po’, ora che un centimetro di capelli aveva leggermente modificato la sua immagine; ma certamente ancora non si piaceva.
La mamma però gli diceva continuamente che non si doveva piacere da solo, ma che doveva piacere agli altri.
Ma lui, intestardito, volle mettersi a discutere. La questione sembrava una semplice leggera discussione, ma dopo un po’ era degenerata nei toni ed erano tutti e due letteralmente inviperiti.
“ Non puoi fare sempre di testa tua! ” continuava a ripetergli la mamma.
“ Non posso fare sempre solo quello che dici tu! ” rispondeva lui.
Non si intendevano minimamente e a quel punto la zia Adele intervenne dicendo che non era giusto che si fosse tosato quel ragazzo in quel modo e che comunque lui doveva il rispetto alla mamma, perché parlava per il suo bene ecc.. La zia Adele era caratteristica per i suoi sapienti interventi. Riusciva a convincere tutti. Da giovane aveva predisposizioni per la politica.
“ Se è venuto il momento di farsi le foto, bisogna che te le faccia ” intervenne il babbo, tagliando corto.
Certo, era ora. Sembrava un affare di Stato, ed era soltanto la carta d’identità.
Ma per Giacomino era un affare di stato. E cominciò a pensare di andare via da casa e di farsela da solo, la sua carta d’identità.
Era proprio molto nervoso e, al bar, non si accorse di pestare i piedi a Giorgio. E così non ci volle molto perché i suoi connotati fossero leggermente modificati da un occhio nero e da un labbro gonfio.
E ci fu perciò un nuovo rinvio piuttosto prolungato.
Quando, qualche mese più tardi, fu risollevato il problema, Giacomino, che nel frattempo si era fatto crescere qualche grammo di barba, obiettò che la sua carta d’identità se la sarebbe fatta quando voleva lui e sull’immagine a lui più gradita.
Non ci fu molta discussione.
E quando andò all’Università se la fece, finalmente, senza che ci fossero molti problemi.

Dopo 20 anni, eccolo di nuovo, ora sposato, papà, che ha smarrito la sua carta d’identità e deve rifarsela. E la moglie gli consiglia di andare dal barbiere.
Lui sorride, forse per qualche ricordo; o forse perché, finche c’è qualcuno che ti consiglia di andare dal barbiere senza sapere quanti problemi possano derivarne, c’è da sorridere.
Ma forse sorride perché in fondo ha piacere di un buon consiglio.
Tuttavia ora il problema si è fatto un pochino più complicato.
Non si tratta più dei capelli, perché Giacomino ne ha persi parecchi, anche se si ostina con una serie di tentativi disperati a coprire le zone più chiare. Ha fatto anche diversi tentativi terapeutici ma con risultati sempre in discussione. Il barbiere continua a promettere miracoli. Il guaio è che il barbiere è diventato quasi completamente calvo e che nessuno gli crede più.
Ma non si tratta di capelli, dicevamo.
Il problema è di natura più professionale; e quando si va sul professionale, tutti capiscono che si parla di barba.
Perché Giacomino è incerto se tagliarla o meno per la foto.
Durante le ferie se l’è fatta crescere ed è una barba proprio da professionista.
In effetti, la barba se l’era fatta crescere del tutto un’altra volta solamente, quando tutti avevano cominciato a chiamarlo ingegnere, cioè due mesi prima di laurearsi. Quando, oramai sicuro del fatto suo, aveva sparato ai quattro venti il titolo e la barba.
Poi, piano piano, s’era tagliato la barba e pian pianino anche il titolo. Sì, perché essere chiamato ingegnere gli aveva cominciato a dare fastidio, da qualche anno.
Appena laureato, come ogni persona a modo, si era buttato sull’insegnamento. Domande di supplenze, un concorso.
Aveva cominciato tra un progetto e l’altro; ma il guaio era che i progetti rimanevano suoi, cioè non riguardavano altri che lui. Di clienti, di lavoro, di attività professionale. Progetti di fare tante cose e bene. Il guaio è che non gli riusciva di farli uscire dalla sua testa.
Non è che non li comunicasse, anzi, forse ne parlava tanto che qualcuno si era subito stancato di ascoltarli.
Ma il fatto è che il lavoro non arrivava, i clienti neppure e l’attività professionale più importante era il tennis, che serviva a mantenere ad un buon livello le pubbliche relazioni nel circolo tennistico ( bisogna però dire che il tennis fu presto abbandonato per il suo alto costo e la sua scarsa redditività ).
E così l’insegnamento, malvolentieri, tra uno sbadiglio e l’altro degli alunni e una discussione-lamentela continua tra colleghi.
Ma nell’insegnamento, come tutti sanno, c’è il problema del ruolo e del punteggio. Così, tra un incarico e una supplenza temporanea, sperava sempre di diventare di ruolo, finche un bel giorno cominciò a rispondere agli annunci sui giornali.
E così scoprì che una serie di possibilità gli si spalancavano nelle vendite.
Da due anni aveva lasciato l’insegnamento ed era diventato il funzionario commerciale ( così si diceva ) di una società di apparecchiature scientifiche elettromedicali.
E così, d’estate, si era fatto crescere la barba. L’aveva fatta prima crescere per due giorni, poi ci aveva pensato su profondamente ed aveva deciso.
Ma si era ripromesso di non lasciarsi influenzare stavolta dai giudizi degli altri. E, in effetti, finora ci era riuscito.
La barba c’era, folta, gli altri l’avevano accettata, aveva ripreso in pieno la sua attività; era stata una novità per tutti che aveva messo decisamente qualche cosa di nuovo nei suoi rapporti.
Ma lui in fondo non era ancora sicuro di tenersela e non si era ancora accettato a fondo. E poi c’era sua moglie, che dopo averlo inizialmente osteggiato e subito dopo incoraggiato, alla fine aveva deciso di schierarsi tra i contrari.
Non diceva molto, ma ogni tanto faceva delle smorfie altamente significative. E questo naturalmente lo faceva intestardire sempre di più nella sua decisione di tenersela, la barba.
Comunque, quando la moglie faceva quelle smorfie, Giacomino era messo alle strette.
Era un fatto più o meno cosciente, ma proprio da quelle smorfie lui sapeva di non avere molte scelte facili. E che le scelte gradite erano poche.
Conosceva a memoria quella bocca leggermente storta mascherata da un sorriso. E quando la vedeva si preoccupava; perché si rendeva conto di non avere molto tempo per definire la sua posizione. Più che il fatto di dover sostenere una battaglia qualsiasi con la moglie, lo preoccupava il fatto che la smorfia non gli desse il tempo a lui necessario per una decisione ben ponderata ed equilibrata; per lui ci voleva sempre un po’ di tempo, e più ce n’era e più era gradito.
Ma quando cominciavano le smorfie, si accorgeva che il tempo era quasi scaduto; e questo lo innervosiva.
Ed era da più di una settimana che ormai veniva messo alle strette.
E così, Giacomino si infilò nel negozio del barbiere. E ne venne fuori senza barba.
Il primo ad incontralo fu Gianni. Giacomino lo salutò cordialmente, ma subito dopo cominciò a nascondersi istintivamente il mento, e affrettava il discorso nella speranza che non gli si chiedessero le ragioni per cui si era tagliato la barba. Anche perché sarebbe stato difficile spiegarle.
Gianni si mise a parlare del suo lavoro e poi gli chiese appena notizie della sua famiglia, al che lui ricambiò chiedendo a sua volta.
Si salutarono e solo allora Giacomino si rese conto che l’altro non si era proprio accorto che lui si era tagliato la barba, anche se prima per ben tre volte ne aveva fatto oggetto di una approfondita conversazione con lui. O forse aveva evitato di chiedergliene.
Ma l’ingresso nel portone di casa e l’incontro con la signora del V° piano gli confermò il fatto che la sua barba era passata quasi inosservata, tanto da fargli pensare che anche la moglie forse non se ne sarebbe accorta.
“Lasciatelo riposare, ragazzi, sta dormendo!”
Il nonno sonnecchiava su una poltrona un po’ sdrucita, col capo abbandonato da una parte e che si muoveva ad ogni respiro profondo, e qual leggero agitarsi faceva sembrare ogni volta che egli dicesse “No”. Sì, perché quel suo movimento a scadenza sembrava un rifiuto a qualche cosa, sembrava voler dire che non era vero che dormiva, che era sveglio e ben presente.
Tanto che i nipoti spesso si divertivano, chiedendogli qualcosa prima del movimento del capo.
“Hai rapinato la banca, nonno? Eh?” E lui col capo faceva no.
“Hai fumato di nascosto, vero, nonno?” E lui sempre no, secco, come se il dialogo fosse vero. Tanto che lasciava incerti i ragazzi, che li stesse prendendo in giro lui, e il gioco si interrompeva.
Il nonno aveva i suoi capelli bianchi sulle tempie, piuttosto folti vicino alle orecchie; ma la fronte aveva allargato il suo spazio sulla teca, lasciandolo nudo e disarmato nella parte superiore.
Ma, in compenso, un bel paio di baffi, signori baffi.
E il nonno riposava. E i baffi davano un’aria austera.
Il nonno però non si era mai fatto fare una foto, da quando aveva i baffi. Erano tanti anni ormai, e non c’era stato verso.
A tavola, la figlia gli disse tranquillamente che tutto era pronto perché lui potesse essere accolto nella casa di riposo Villa Serena e che mancava solo una sua foto recente per la sua carta d’identità, perché le foto di tanti anni prima non erano accettabili.
Al che lui annuì, e rispose calmo che se non erano accettabili non si poteva fare, perché se quelli erano i documenti, quello era lui.
“Ma, papà, tu eri così, ma ora sei diverso!” insisteva la figlia.
“Certo, è vero; ma sono sempre lo stesso.”
Il nonno era abilissimo nel dialogo tra sordi.
Capiva perfettamente che ci voleva la foto, ma lui, la foto l’avrebbe fatta quando voleva lui.
E così, fu deciso di organizzare un raduno familiare. Non si sarebbe potuto sottrarre all’obiettivo, sarebbe stato, anche malvolentieri, costretto.
E venne, il grande giorno. Arrivarono tutti. Venne anche il cugino del nonno. E si misero a scherzare.
E quando erano a tavola, sul più bello, ecco lì il nipote traditore pronto per scattare la bella foto di famiglia. Ma il nonno cominciò ad inveire, che non voleva essere ritratto, che lo volevano costringere a tradimento, e poi scoppiò in un disperato pianto.
Piangeva, piangeva il nonno e la tranquilla atmosfera fu rotta come per incanto.
“Perché fai così, su, non è niente!”
“No, non voglio,..........la foto la farò, ma quando i miei baffi saranno...........”
“Ma come dovranno essere, questi benedetti baffi?”
“Come li voglio io !!!”
“E come ?”
“Come due ali, somara, come due ali !!!”
I baffi del nonno erano pieni, folti, arrivavano a metà guancia per curvarsi leggermente verso l’alto.
“Ma sono già due ali, due grandi ali bianche, papà” faceva la figlia.
“Tu non capisci niente” fece il nonno, che si alzò per andarsene.
“E vuol dire che non si faranno le foto” fece la figlia.
Il nonno la guardò, come interrogandola, poi, come rasserenato, disse tranquillamente: “Eh, se è per questo, mi vado a dare una sistemata e le facciamo, queste benedette foto!” lasciando tutti un po’ sorpresi.
Si avviò alla sua stanza.
Si guardò allo specchio. Si arricciò meglio i baffi, un po’ più il destro. Poi tornò e posò.
Ma il nonno aveva ragione. Quelle foto con i baffi arricciati alla meno peggio non erano certo degne dell’aspetto severo e insieme gioviale che dopo qualche mese aveva, con due signori baffi alla Vittorio Emanuele, il giorno della sua morte.
E quei due grandi baffi bianchi sembravano proprio due ali, due ali per il suo volto. Come aveva detto lui.
Il nonno aveva un viso allungato e un po’ smunto, con due occhi profondi e neri, un naso un po’ ricurvo; aveva i capelli, tutti bianchi, sulle tempie, che si adeguavano perfettamente con i baffi che sembravano andare a formare due vie per seguirli.
E quei baffi davano al volto uno slancio, come un invito a volare.
Lui aveva detto come due ali; ed era vero.
Sembravano due ali, forse perché portavano al volto un’espressione diversa, che era tutto sommato più leggera.
Era come se i suoi baffi tradissero un po’ la loro funzione originaria.
Il baffo fa più severo e in genere appesantisce l’immagine.
Ma il volto del nonno ne risultava alleggerito, ed erano le ali per il suo sorriso che si annunciava sotto sotto.
Del nonno c'è rimasta quell’immagine concessa, ma lui aveva le sue buone ragioni per farla aspettare.
E, se fosse stato ripreso più tardi, avrebbe espresso meglio la sua personalità e il suo intimo desiderio di volare leggero incontro a qualcosa, incontro a qualcuno, incontro alla vita, incontro alla morte.
Un giorno Giacomino ebbe bisogno della carta d’identità. Era diventato grande e, se fino allora non gli era servita, ora gli sarebbe stata indispensabile.
- Non è che una formalità - gli dissero tutti. Basta andare al Comune, chiedere che cosa serve per ottenerla, procurarsi i documenti necessari.
I problemi invece incominciarono subito, con la fotografia.
Invece di andare da un esperto fotografo e liquidare il tutto in cinque minuti, Giacomino, per risparmiare tempo e denaro, pensò di fare da sé.
“Andrò a farmi le foto sotto i portici della piazza, con l’autoscatto, mammà”
“Sei spettinato, vai prima dal barbiere, non puoi mettere sulla tua carta d’identità un viso in disordine” gli disse la madre.
Giacomino aveva litigato con il barbiere. A tagliarseli da solo non era capace, ma il fatto è che i suoi capelli gli piacevano un po’ arruffati e soprattutto gli dava fastidio che qualcuno gli mettesse le mani in testa, come se gli frugasse nel cervello. Perché così gli sembrava, che ogni volta che il barbiere riordinava quei riccioli scapigliati con le forbici, che volesse lavorare di potatura nel suo cervello. Insomma, Giacomino non era un capellone, perché gli davano fastidio i capelli molto lunghi, ma aveva una specie di idiosincrasia per la poltrona del barbiere, cosa del resto molto comune. Ci andava raramente e sempre malvolentieri. Tra l’altro, ci era andato da poco, nemmeno due mesi, e non aveva nessun desiderio di ritornarci così presto.
E così borbottò che si sarebbe fatto una foto con i capelli che aveva, che non era che una formalità; ma in fondo sapeva che in quel momento non era molto decente e che bisognava pur darsi una sistematina e che la mamma non aveva poi tutti i torti.
Certo, lo scocciava prendere una decisione così eroica, come era per lui quella di andare dal barbiere, per la carta d’identità. Ma la madre insisteva e gli toccò cedere e s’infilò nel negozio del barbiere.
Quel giorno però c’era nell’aria un qualcosa di stuzzichino e doveva aver avuto influenza sull’appetito del barbiere.
Infatti, quando Giacomino si sedette, quello aveva quasi i crampi allo stomaco, ma non poteva fermarsi a fare colazione come le persone civili, ma era costretto a continuare a lavorare; per cui si informò in mille modi su come Giacomino volesse i capelli e quando l’ebbe ben saputo, fece naturalmente di testa sua, spinto anche dai morsi del suo stomaco, come se si dovesse mangiare i capelli di Giacomino col cappuccino.
Il guaio grosso venne quando Giacomino, a metà taglio naturalmente, gli comunicò che voleva una testa adatta per la carta d’identità e che si era deciso per questo a venire a spendere quei soldi anzitempo.
Il barbiere si fece più scrupoloso, e non c’è niente di peggio di un barbiere affamato e scrupoloso: mentre taglia ti comunica i suoi scrupoli e insieme ti fa venire fame e così esci naturalmente arrabbiato dal negozio a cose fatte.
Per cui Giacomino, che desiderava modificare leggermente l’opera del barbiere, cosa che gli era quasi sempre riuscita, fu messo di fronte al fatto che l’occasione era speciale, che bisognava lasciar fare alle persone esperte e così non riuscì ad interferire in nessun modo. Fece un paio di tentativi timidi, ma quando stava per aprire bocca, subito il barbiere gliela chiudeva e fu una fortuna che non si morse la lingua: bisognava fare lo sciampo, a testa in giù, con gli occhi chiusi. Ed era ormai in balia completa del barbiere, il quale, sempre più affamato, nell’asciugare la testa non si fece scrupolo di bruciargli un pochino anche le orecchie, forse pensando ad una bistecca ai ferri.
Quando l’opera fu compiuta, era ormai troppo tardi per cambiarla.
Giacomino si guardò allo specchio e non si piacque subito. Ma abbozzò, pagò e salutò con un po’ di astio il suo barbiere.
Non ebbe il coraggio di farsi subito le foto, però!
Andò a casa.
“Toh, finalmente un bel taglio, chiaro ” fece la mamma.
“ Ma va, mi ha quasi rapato e non me ne sono accorto; ora debbo aspettare un po’ di giorni, che mi ricrescano, per le foto ” fece lui.
Non si piaceva così; la mamma invece insisteva perché se le facesse subito così, con i capelli corti.
Scoppiò quasi un litigio sull’argomento; e subito ci fu un consulto di famiglia, con la zia Adele che naturalmente venne interpellata per prima.
La zia era molto saggia, sapeva dare pareri equilibrati e naturalmente si arrampicò sugli specchi pur di accontentare capra e cavoli non dicendo niente di preciso.
Il babbo disse timidamente che, se a Giacomino non andava di farsele subito, le foto potevano anche aspettare. E, tira e molla, si ottenne un breve rinvio.
Il problema si ripresentò di lì a quindici giorni.
La mamma pressò Giacomino quasi tutto il giorno: era ora che si decidesse, non si poteva poi aspettare tutta la vita per la carta d’identità.
Giacomino si tollerava appena un po’, ora che un centimetro di capelli aveva leggermente modificato la sua immagine; ma certamente ancora non si piaceva.
La mamma però gli diceva continuamente che non si doveva piacere da solo, ma che doveva piacere agli altri.
Ma lui, intestardito, volle mettersi a discutere. La questione sembrava una semplice leggera discussione, ma dopo un po’ era degenerata nei toni ed erano tutti e due letteralmente inviperiti.
“ Non puoi fare sempre di testa tua! ” continuava a ripetergli la mamma.
“ Non posso fare sempre solo quello che dici tu! ” rispondeva lui.
Non si intendevano minimamente e a quel punto la zia Adele intervenne dicendo che non era giusto che si fosse tosato quel ragazzo in quel modo e che comunque lui doveva il rispetto alla mamma, perché parlava per il suo bene ecc.. La zia Adele era caratteristica per i suoi sapienti interventi. Riusciva a convincere tutti. Da giovane aveva predisposizioni per la politica.
“ Se è venuto il momento di farsi le foto, bisogna che te le faccia ” intervenne il babbo, tagliando corto.
Certo, era ora. Sembrava un affare di Stato, ed era soltanto la carta d’identità.
Ma per Giacomino era un affare di stato. E cominciò a pensare di andare via da casa e di farsela da solo, la sua carta d’identità.
Era proprio molto nervoso e, al bar, non si accorse di pestare i piedi a Giorgio. E così non ci volle molto perché i suoi connotati fossero leggermente modificati da un occhio nero e da un labbro gonfio.
E ci fu perciò un nuovo rinvio piuttosto prolungato.
Quando, qualche mese più tardi, fu risollevato il problema, Giacomino, che nel frattempo si era fatto crescere qualche grammo di barba, obiettò che la sua carta d’identità se la sarebbe fatta quando voleva lui e sull’immagine a lui più gradita.
Non ci fu molta discussione.
E quando andò all’Università se la fece, finalmente, senza che ci fossero molti problemi.

Dopo 20 anni, eccolo di nuovo, ora sposato, papà, che ha smarrito la sua carta d’identità e deve rifarsela. E la moglie gli consiglia di andare dal barbiere.
Lui sorride, forse per qualche ricordo; o forse perché, finche c’è qualcuno che ti consiglia di andare dal barbiere senza sapere quanti problemi possano derivarne, c’è da sorridere.
Ma forse sorride perché in fondo ha piacere di un buon consiglio.
Tuttavia ora il problema si è fatto un pochino più complicato.
Non si tratta più dei capelli, perché Giacomino ne ha persi parecchi, anche se si ostina con una serie di tentativi disperati a coprire le zone più chiare. Ha fatto anche diversi tentativi terapeutici ma con risultati sempre in discussione. Il barbiere continua a promettere miracoli. Il guaio è che il barbiere è diventato quasi completamente calvo e che nessuno gli crede più.
Ma non si tratta di capelli, dicevamo.
Il problema è di natura più professionale; e quando si va sul professionale, tutti capiscono che si parla di barba.
Perché Giacomino è incerto se tagliarla o meno per la foto.
Durante le ferie se l’è fatta crescere ed è una barba proprio da professionista.
In effetti, la barba se l’era fatta crescere del tutto un’altra volta solamente, quando tutti avevano cominciato a chiamarlo ingegnere, cioè due mesi prima di laurearsi. Quando, oramai sicuro del fatto suo, aveva sparato ai quattro venti il titolo e la barba.
Poi, piano piano, s’era tagliato la barba e pian pianino anche il titolo. Sì, perché essere chiamato ingegnere gli aveva cominciato a dare fastidio, da qualche anno.
Appena laureato, come ogni persona a modo, si era buttato sull’insegnamento. Domande di supplenze, un concorso.
Aveva cominciato tra un progetto e l’altro; ma il guaio era che i progetti rimanevano suoi, cioè non riguardavano altri che lui. Di clienti, di lavoro, di attività professionale. Progetti di fare tante cose e bene. Il guaio è che non gli riusciva di farli uscire dalla sua testa.
Non è che non li comunicasse, anzi, forse ne parlava tanto che qualcuno si era subito stancato di ascoltarli.
Ma il fatto è che il lavoro non arrivava, i clienti neppure e l’attività professionale più importante era il tennis, che serviva a mantenere ad un buon livello le pubbliche relazioni nel circolo tennistico ( bisogna però dire che il tennis fu presto abbandonato per il suo alto costo e la sua scarsa redditività ).
E così l’insegnamento, malvolentieri, tra uno sbadiglio e l’altro degli alunni e una discussione-lamentela continua tra colleghi.
Ma nell’insegnamento, come tutti sanno, c’è il problema del ruolo e del punteggio. Così, tra un incarico e una supplenza temporanea, sperava sempre di diventare di ruolo, finche un bel giorno cominciò a rispondere agli annunci sui giornali.
E così scoprì che una serie di possibilità gli si spalancavano nelle vendite.
Da due anni aveva lasciato l’insegnamento ed era diventato il funzionario commerciale ( così si diceva ) di una società di apparecchiature scientifiche elettromedicali.
E così, d’estate, si era fatto crescere la barba. L’aveva fatta prima crescere per due giorni, poi ci aveva pensato su profondamente ed aveva deciso.
Ma si era ripromesso di non lasciarsi influenzare stavolta dai giudizi degli altri. E, in effetti, finora ci era riuscito.
La barba c’era, folta, gli altri l’avevano accettata, aveva ripreso in pieno la sua attività; era stata una novità per tutti che aveva messo decisamente qualche cosa di nuovo nei suoi rapporti.
Ma lui in fondo non era ancora sicuro di tenersela e non si era ancora accettato a fondo. E poi c’era sua moglie, che dopo averlo inizialmente osteggiato e subito dopo incoraggiato, alla fine aveva deciso di schierarsi tra i contrari.
Non diceva molto, ma ogni tanto faceva delle smorfie altamente significative. E questo naturalmente lo faceva intestardire sempre di più nella sua decisione di tenersela, la barba.
Comunque, quando la moglie faceva quelle smorfie, Giacomino era messo alle strette.
Era un fatto più o meno cosciente, ma proprio da quelle smorfie lui sapeva di non avere molte scelte facili. E che le scelte gradite erano poche.
Conosceva a memoria quella bocca leggermente storta mascherata da un sorriso. E quando la vedeva si preoccupava; perché si rendeva conto di non avere molto tempo per definire la sua posizione. Più che il fatto di dover sostenere una battaglia qualsiasi con la moglie, lo preoccupava il fatto che la smorfia non gli desse il tempo a lui necessario per una decisione ben ponderata ed equilibrata; per lui ci voleva sempre un po’ di tempo, e più ce n’era e più era gradito.
Ma quando cominciavano le smorfie, si accorgeva che il tempo era quasi scaduto; e questo lo innervosiva.
Ed era da più di una settimana che ormai veniva messo alle strette.
E così, Giacomino si infilò nel negozio del barbiere. E ne venne fuori senza barba.
Il primo ad incontralo fu Gianni. Giacomino lo salutò cordialmente, ma subito dopo cominciò a nascondersi istintivamente il mento, e affrettava il discorso nella speranza che non gli si chiedessero le ragioni per cui si era tagliato la barba. Anche perché sarebbe stato difficile spiegarle.
Gianni si mise a parlare del suo lavoro e poi gli chiese appena notizie della sua famiglia, al che lui ricambiò chiedendo a sua volta.
Si salutarono e solo allora Giacomino si rese conto che l’altro non si era proprio accorto che lui si era tagliato la barba, anche se prima per ben tre volte ne aveva fatto oggetto di una approfondita conversazione con lui. O forse aveva evitato di chiedergliene.
Ma l’ingresso nel portone di casa e l’incontro con la signora del V° piano gli confermò il fatto che la sua barba era passata quasi inosservata, tanto da fargli pensare che anche la moglie forse non se ne sarebbe accorta.
“Lasciatelo riposare, ragazzi, sta dormendo!”
Il nonno sonnecchiava su una poltrona un po’ sdrucita, col capo abbandonato da una parte e che si muoveva ad ogni respiro profondo, e qual leggero agitarsi faceva sembrare ogni volta che egli dicesse “No”. Sì, perché quel suo movimento a scadenza sembrava un rifiuto a qualche cosa, sembrava voler dire che non era vero che dormiva, che era sveglio e ben presente.
Tanto che i nipoti spesso si divertivano, chiedendogli qualcosa prima del movimento del capo.
“Hai rapinato la banca, nonno? Eh?” E lui col capo faceva no.
“Hai fumato di nascosto, vero, nonno?” E lui sempre no, secco, come se il dialogo fosse vero. Tanto che lasciava incerti i ragazzi, che li stesse prendendo in giro lui, e il gioco si interrompeva.
Il nonno aveva i suoi capelli bianchi sulle tempie, piuttosto folti vicino alle orecchie; ma la fronte aveva allargato il suo spazio sulla teca, lasciandolo nudo e disarmato nella parte superiore.
Ma, in compenso, un bel paio di baffi, signori baffi.
E il nonno riposava. E i baffi davano un’aria austera.
Il nonno però non si era mai fatto fare una foto, da quando aveva i baffi. Erano tanti anni ormai, e non c’era stato verso.
A tavola, la figlia gli disse tranquillamente che tutto era pronto perché lui potesse essere accolto nella casa di riposo Villa Serena e che mancava solo una sua foto recente per la sua carta d’identità, perché le foto di tanti anni prima non erano accettabili.
Al che lui annuì, e rispose calmo che se non erano accettabili non si poteva fare, perché se quelli erano i documenti, quello era lui.
“Ma, papà, tu eri così, ma ora sei diverso!” insisteva la figlia.
“Certo, è vero; ma sono sempre lo stesso.”
Il nonno era abilissimo nel dialogo tra sordi.
Capiva perfettamente che ci voleva la foto, ma lui, la foto l’avrebbe fatta quando voleva lui.
E così, fu deciso di organizzare un raduno familiare. Non si sarebbe potuto sottrarre all’obiettivo, sarebbe stato, anche malvolentieri, costretto.
E venne, il grande giorno. Arrivarono tutti. Venne anche il cugino del nonno. E si misero a scherzare.
E quando erano a tavola, sul più bello, ecco lì il nipote traditore pronto per scattare la bella foto di famiglia. Ma il nonno cominciò ad inveire, che non voleva essere ritratto, che lo volevano costringere a tradimento, e poi scoppiò in un disperato pianto.
Piangeva, piangeva il nonno e la tranquilla atmosfera fu rotta come per incanto.
“Perché fai così, su, non è niente!”
“No, non voglio,..........la foto la farò, ma quando i miei baffi saranno...........”
“Ma come dovranno essere, questi benedetti baffi?”
“Come li voglio io !!!”
“E come ?”
“Come due ali, somara, come due ali !!!”
I baffi del nonno erano pieni, folti, arrivavano a metà guancia per curvarsi leggermente verso l’alto.
“Ma sono già due ali, due grandi ali bianche, papà” faceva la figlia.
“Tu non capisci niente” fece il nonno, che si alzò per andarsene.
“E vuol dire che non si faranno le foto” fece la figlia.
Il nonno la guardò, come interrogandola, poi, come rasserenato, disse tranquillamente: “Eh, se è per questo, mi vado a dare una sistemata e le facciamo, queste benedette foto!” lasciando tutti un po’ sorpresi.
Si avviò alla sua stanza.
Si guardò allo specchio. Si arricciò meglio i baffi, un po’ più il destro. Poi tornò e posò.
Ma il nonno aveva ragione. Quelle foto con i baffi arricciati alla meno peggio non erano certo degne dell’aspetto severo e insieme gioviale che dopo qualche mese aveva, con due signori baffi alla Vittorio Emanuele, il giorno della sua morte.
E quei due grandi baffi bianchi sembravano proprio due ali, due ali per il suo volto. Come aveva detto lui.
Il nonno aveva un viso allungato e un po’ smunto, con due occhi profondi e neri, un naso un po’ ricurvo; aveva i capelli, tutti bianchi, sulle tempie, che si adeguavano perfettamente con i baffi che sembravano andare a formare due vie per seguirli.
E quei baffi davano al volto uno slancio, come un invito a volare.
Lui aveva detto come due ali; ed era vero.
Sembravano due ali, forse perché portavano al volto un’espressione diversa, che era tutto sommato più leggera.
Era come se i suoi baffi tradissero un po’ la loro funzione originaria.
Il baffo fa più severo e in genere appesantisce l’immagine.
Ma il volto del nonno ne risultava alleggerito, ed erano le ali per il suo sorriso che si annunciava sotto sotto.
Del nonno c'è rimasta quell’immagine concessa, ma lui aveva le sue buone ragioni per farla aspettare.
E, se fosse stato ripreso più tardi, avrebbe espresso meglio la sua personalità e il suo intimo desiderio di volare leggero incontro a qualcosa, incontro a qualcuno, incontro alla vita, incontro alla morte.
Nessun commento:
Posta un commento