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mercoledì 25 gennaio 2012

scrivano2: SEMI DEL MARECapitolo primoL’avvocato Giovan...

scrivano2:
SEMI DEL MARE


Capitolo primo

L’avvocato Giovan...
: SEMI DEL MARE Capitolo primo L’avvocato Giovanni Intreccioli salì faticosamente i dieci scalini , mise la chiave nella serratura e aprì ...

lunedì 5 dicembre 2011

CULTURA E FUTURO

CULTURA E FUTURO




Il numero 457 ottobre 2010 del Bollettino di Italia Nostra è intitolato CULTURA E FUTURO con una foto di copertina che mette in evidenza due giovani che si avviano verso un Colosseo che appare in una versione artistica.

Ho letto con interesse l’articolo del prof. Tullio De Mauro DOSSIER SOPRAVVIVERE CON LA CULTURA. Il prof. De Mauro viene presentato come uno dei più importanti linguisti italiani.

Ed infatti egli inizia con una ricerca sul significato della parola cultura. E guardando si accorge che ci troviamo di fronte ad un panorama contraddittorio. Per cui la cultura, che si presenta ben solida in alcuni settori (dieta mediterranea, abitudini alimentari) si presenta invece carente ed in stato di abbandono in altri settori.

E segnala i bassissimi livelli di propensione alla lettura e soprattutto lo stato di incuria in cui è lasciato il patrimonio artistico e culturale.

Per cui in conclusione propone che noi riprendiamo il cammino di promozione della nostra cultura, che è vitale per la sopravvivenza del paese, della comunità nazionale. Collegando tra loro tutte le realtà che si interessano del problema.

L’articolo del prof. De Mauro ci parla di una cultura in crisi, di una cultura che non riesce a venire fuori, ma anche di una società che deve sopravvivere con la cultura.

Di una società che deve riprendere il cammino indicato dall’art. 9 della Costituzione. E ci riporta alla nostra Costituzione ed alle indicazioni fondamentali in essa contenute.

La situazione della cultura così come descritta nell’articolo è una situazione di decadimento rispetto alla quale si chiede una risposta dei cittadini.

Situazione che è senza dubbio influenzata anche dallo scarso spazio che viene dato alla cultura dalla televisione e dai mass-media in genere, che trattano la cultura come qualcosa che spesso occorre mettere da parte.



domenica 27 febbraio 2011


LETTERA ALL’AMICO DEL GIAGUARO

Caro amico del giaguaro,tu sì che puoi, quando vuoi, trovare le amicizie che contano!
La tua disponibilità all’amicizia è nota; penso che la tua fama in questo senso superi i confini nazionali e si sia sparsa addirittura per il mondo intero......d’altra parte,siamo o no nell’era della globalizzazione?!
Tu sei capace di dimostrarti amico con chicchessia e 5 minuti più tardi di voltargli completamente le spalle addirittura per denigrarlo o schernirlo in ogni modo con un altro a cui vuoi mostrare meglio la tua amicizia. Senza limitazioni di sorta, l’amicizia per te è come un poligono aperto in quasi tutte le direzioni e orientabile a piacimento ; tanto che non si riesce a capire dove siano veramente i lati e dove essi siano rivolti . E’ certo una figura strana , indefinibile , non si può parlare di un qualcosa di tangibile come una figura geometrica , certo , e tanto più se si parla di amicizia.
Questo paragone è un mio errore o meglio un orribile errore . E di questi tempi , poi , dove siamo all’immaginario di tutto , confondere un sentimento nobile come l’amicizia con una figura piana geometrica è senz’altro imperdonabile! Perdonami perciò del paragone , volevo tentare qualcosa di metaforico , ma mi sembra di non aver successo con questo e di fare solo brutte figure: tu invece potresti , sì , tu sì che potresti suggerirmi frasi più significative e paragoni meglio adatti.
Di ciò son sicuro che sei capace meglio di molti altri ; tu sai adattare la parola , la frase , il tono ,il timbro di voce , sai fare anche le rime e riesci senz'altro meglio di me a trovare un paragone più adatto per l’amicizia. L’amicizia può essere come la giustizia , eguale per tutti. L’amicizia poi è,come ogni bene ,oggetto di mercato e segue le leggi generali del mercato.
Si può trattarla, venderla al miglior offerente, si può farla salire di prezzo concedendola poco purché i concorrenti facciano altrettanto! Si può certo scambiarla con altri beni , con piaceri e addirittura con un piatto di peperoni o di melanzane alla parmigiana a seconda dei gusti.
Certo, la gola e l’amicizia possono avere molte cose in comune , se è vero che la buona tavola è sempre servita a rinsaldare o a stabilire vincoli molto stretti . Vincoli , legami , che possono stare a volte un poco stretti e dare fastidio come dei lacci che ci leghino troppo ; ma tu certo sai come ci si può liberare al momento opportuno del vincolo quando esso si fa troppo opprimente .
Non bisogna esporsi certo al pericolo che diventiamo schiavi delle nostre relazioni umane ; su di esse noi dobbiamo avere sempre il nostro dominio , per poterle meglio controllare ed orientarci a nostro piacimento come meglio ci aggrada .
E’ questo il senso della libertà , altrimenti ogni vincolo sarebbe una schiavitù terribile , un giogo opprimente rispetto al quale poi ogni azione ci riuscirebbe difficile .
E allora liberi , senza vincoli , o se ci sono non ci badiamo troppo , e cerchiamo di scrollarceli di dosso appena possiamo . In questo , di questa libertà incontrollata e incontrollabile , tu sei l’eterno paladino e alfiere che l’addita come valore inestimabile al quale nessuno di noi può rinunciare in qualsiasi momento . Libertà , vera grandezza dell’uomo , vera misura dell’essere !
Ma sono sicuro che anche in questo campo , nella zona dei diritti , nessuno è maestro meglio di te ; per me parlarne riesce sempre un po’ difficile , tu invece sapresti senza dubbio trovare parole per riempire pagine su pagine . E anche in questo mi dimostri la tua superiorità !
Mi viene il dubbio che io sia poco intelligente o comunque faccia parte di una razza inferiore , ma poi capisco che è solo il maledetto difetto di piangermi addosso , di lamentarmi sempre , che in fondo è un bell’attivarsi di furbizia , per potersi comunque prestare attenzione e non guardare gli altri . Tu sì , invece , che sai uscire da te e guardare bene il mondo che ti circonda !
Capacità ed esperienza ci vogliono ,e a me pare che manchino del tutto e che invece siano tutte in te ! Ma comunque , è meglio lasciare questo campo dei diritti umani , nel quale mi trovo del tutto impreparato , o meglio infelicemente e approssimativamente , forse appiccicosamente preparato alla meno peggio e non sono certo in grado di competere con persone capaci di muoversi in tante direzioni ed effettivamente capaci o almeno che sembra che siano dei mostri di preparazione .
Terreno fertile per alcuni , un deserto per altri ; per me è un po’ un campo difficilmente praticabile, come un campo di calcio su cui abbia abbondantemente piovuto e sia difficile giocare .
Quanta invidia , a volte ! Scusami se te lo dico così , apertamente , ma a volte mi divora , e diventa rabbia sorda , ma sia che sono capace solo di farmi sangue amaro e cattiva bile , il che è peggio per me ! E che vuoi , l’invidia non è certo un pregio , nè si può giustificarla . E posso parlare di invidia e rabbia , quando avevo incominciato a parlare di amicizia ? Ho detto tante parole vuote , ho girato tanto a vanvera ; ma eccomi qui al nocciolo : parliamone dunque di questa signora amicizia , cerchiamo di scrivere qualche parola più adatta , non giriamo intorno all’argomento ma affrontiamolo di petto : a fronte alta e sicura , senza più tentennamenti !
La vera amicizia esiste ?? E’ questa la vera domanda che noi dobbiamo porci e alla quale sicuramente tu hai una risposta adeguata : tu che sei l’amico del giaguaro saprai senza meno dare una risposta a questa domanda implacabile che adesso avanza e che cerca con forza sempre più incalzante .
E non è più il momento di nascondersi dietro ai propri dubbi , di fronte alle domande implacabili .
Non si può dire mmmmahhhh boohhhhh o le solite esclamazioni senza senso . La domanda incalza e non ci dà tregua : siamo alla frutta , privi di argomenti consistenti , non si può girare intorno ancora , ci incalza e ci pressa le spalle , la nuca , a me viene il mal di testa , mi sento un vago malessere quando certe domande si fanno implacabili . E’ come se avessi una sete e bevessi tanta acqua , ma la sete lì , che ti costringe a bere in continuazione , senza fermarti , fino a che l’acqua non ti riesce più di berla , ti disgusta , ma la sete è rimasta tale e quale e l’acqua non puoi più mandarla giù ; e si comincia a sudare e ci si sente male ................
E’ un po’ questa la sensazione che ho , la paura di sentirmi male , a dover affrontare certi argomenti di petto : amico mio , pensaci tu , che sei più esperto , io sono troppo sentimentale , potrei dare una risposta troppo vaga , oppure cercherei una risposta troppo precisa e mi perderei in un labirinto di ipotesi ; e chissà dove andrei a finire , con l’illusione di scandagliare i rapporti umani , che io conosco così poco e che ora mi paiono così difficili : vedi , ancora una volta ho ricominciato a cercare di scappare , ma mi rendo conto che la fuga sta diventando sempre più difficile , le vie si stanno chiudendo una dietro l’altra , mi sto trovando ad un bivio e mi sono infilato piano piano in un vicolo cieco e dietro di me c’è sempre la stessa cosa , la domanda di prima che io dovrò pur guardare in faccia , e dovrò dire qualche cosa !!!
Aiutami tu , amico mio , non so rispondere , non credere che sia autocommiserazione o qualcosa del genere ,non sono in grado, mi sento sempre più spaesato ; aiutami tu , se vuoi!
8 aprile 1997
LA CARTA D’ IDENTITÁ

Un giorno Giacomino ebbe bisogno della carta d’identità. Era diventato grande e, se fino allora non gli era servita, ora gli sarebbe stata indispensabile.
- Non è che una formalità - gli dissero tutti. Basta andare al Comune, chiedere che cosa serve per ottenerla, procurarsi i documenti necessari.
I problemi invece incominciarono subito, con la fotografia.
Invece di andare da un esperto fotografo e liquidare il tutto in cinque minuti, Giacomino, per risparmiare tempo e denaro, pensò di fare da sé.
“Andrò a farmi le foto sotto i portici della piazza, con l’autoscatto, mammà”
“Sei spettinato, vai prima dal barbiere, non puoi mettere sulla tua carta d’identità un viso in disordine” gli disse la madre.
Giacomino aveva litigato con il barbiere. A tagliarseli da solo non era capace, ma il fatto è che i suoi capelli gli piacevano un po’ arruffati e soprattutto gli dava fastidio che qualcuno gli mettesse le mani in testa, come se gli frugasse nel cervello. Perché così gli sembrava, che ogni volta che il barbiere riordinava quei riccioli scapigliati con le forbici, che volesse lavorare di potatura nel suo cervello. Insomma, Giacomino non era un capellone, perché gli davano fastidio i capelli molto lunghi, ma aveva una specie di idiosincrasia per la poltrona del barbiere, cosa del resto molto comune. Ci andava raramente e sempre malvolentieri. Tra l’altro, ci era andato da poco, nemmeno due mesi, e non aveva nessun desiderio di ritornarci così presto.
E così borbottò che si sarebbe fatto una foto con i capelli che aveva, che non era che una formalità; ma in fondo sapeva che in quel momento non era molto decente e che bisognava pur darsi una sistematina e che la mamma non aveva poi tutti i torti.
Certo, lo scocciava prendere una decisione così eroica, come era per lui quella di andare dal barbiere, per la carta d’identità. Ma la madre insisteva e gli toccò cedere e s’infilò nel negozio del barbiere.
Quel giorno però c’era nell’aria un qualcosa di stuzzichino e doveva aver avuto influenza sull’appetito del barbiere.
Infatti, quando Giacomino si sedette, quello aveva quasi i crampi allo stomaco, ma non poteva fermarsi a fare colazione come le persone civili, ma era costretto a continuare a lavorare; per cui si informò in mille modi su come Giacomino volesse i capelli e quando l’ebbe ben saputo, fece naturalmente di testa sua, spinto anche dai morsi del suo stomaco, come se si dovesse mangiare i capelli di Giacomino col cappuccino.
Il guaio grosso venne quando Giacomino, a metà taglio naturalmente, gli comunicò che voleva una testa adatta per la carta d’identità e che si era deciso per questo a venire a spendere quei soldi anzitempo.
Il barbiere si fece più scrupoloso, e non c’è niente di peggio di un barbiere affamato e scrupoloso: mentre taglia ti comunica i suoi scrupoli e insieme ti fa venire fame e così esci naturalmente arrabbiato dal negozio a cose fatte.
Per cui Giacomino, che desiderava modificare leggermente l’opera del barbiere, cosa che gli era quasi sempre riuscita, fu messo di fronte al fatto che l’occasione era speciale, che bisognava lasciar fare alle persone esperte e così non riuscì ad interferire in nessun modo. Fece un paio di tentativi timidi, ma quando stava per aprire bocca, subito il barbiere gliela chiudeva e fu una fortuna che non si morse la lingua: bisognava fare lo sciampo, a testa in giù, con gli occhi chiusi. Ed era ormai in balia completa del barbiere, il quale, sempre più affamato, nell’asciugare la testa non si fece scrupolo di bruciargli un pochino anche le orecchie, forse pensando ad una bistecca ai ferri.
Quando l’opera fu compiuta, era ormai troppo tardi per cambiarla.
Giacomino si guardò allo specchio e non si piacque subito. Ma abbozzò, pagò e salutò con un po’ di astio il suo barbiere.
Non ebbe il coraggio di farsi subito le foto, però!
Andò a casa.
“Toh, finalmente un bel taglio, chiaro ” fece la mamma.
“ Ma va, mi ha quasi rapato e non me ne sono accorto; ora debbo aspettare un po’ di giorni, che mi ricrescano, per le foto ” fece lui.
Non si piaceva così; la mamma invece insisteva perché se le facesse subito così, con i capelli corti.
Scoppiò quasi un litigio sull’argomento; e subito ci fu un consulto di famiglia, con la zia Adele che naturalmente venne interpellata per prima.
La zia era molto saggia, sapeva dare pareri equilibrati e naturalmente si arrampicò sugli specchi pur di accontentare capra e cavoli non dicendo niente di preciso.
Il babbo disse timidamente che, se a Giacomino non andava di farsele subito, le foto potevano anche aspettare. E, tira e molla, si ottenne un breve rinvio.
Il problema si ripresentò di lì a quindici giorni.
La mamma pressò Giacomino quasi tutto il giorno: era ora che si decidesse, non si poteva poi aspettare tutta la vita per la carta d’identità.
Giacomino si tollerava appena un po’, ora che un centimetro di capelli aveva leggermente modificato la sua immagine; ma certamente ancora non si piaceva.
La mamma però gli diceva continuamente che non si doveva piacere da solo, ma che doveva piacere agli altri.
Ma lui, intestardito, volle mettersi a discutere. La questione sembrava una semplice leggera discussione, ma dopo un po’ era degenerata nei toni ed erano tutti e due letteralmente inviperiti.
“ Non puoi fare sempre di testa tua! ” continuava a ripetergli la mamma.
“ Non posso fare sempre solo quello che dici tu! ” rispondeva lui.
Non si intendevano minimamente e a quel punto la zia Adele intervenne dicendo che non era giusto che si fosse tosato quel ragazzo in quel modo e che comunque lui doveva il rispetto alla mamma, perché parlava per il suo bene ecc.. La zia Adele era caratteristica per i suoi sapienti interventi. Riusciva a convincere tutti. Da giovane aveva predisposizioni per la politica.
“ Se è venuto il momento di farsi le foto, bisogna che te le faccia ” intervenne il babbo, tagliando corto.
Certo, era ora. Sembrava un affare di Stato, ed era soltanto la carta d’identità.
Ma per Giacomino era un affare di stato. E cominciò a pensare di andare via da casa e di farsela da solo, la sua carta d’identità.
Era proprio molto nervoso e, al bar, non si accorse di pestare i piedi a Giorgio. E così non ci volle molto perché i suoi connotati fossero leggermente modificati da un occhio nero e da un labbro gonfio.
E ci fu perciò un nuovo rinvio piuttosto prolungato.
Quando, qualche mese più tardi, fu risollevato il problema, Giacomino, che nel frattempo si era fatto crescere qualche grammo di barba, obiettò che la sua carta d’identità se la sarebbe fatta quando voleva lui e sull’immagine a lui più gradita.
Non ci fu molta discussione.
E quando andò all’Università se la fece, finalmente, senza che ci fossero molti problemi.





Dopo 20 anni, eccolo di nuovo, ora sposato, papà, che ha smarrito la sua carta d’identità e deve rifarsela. E la moglie gli consiglia di andare dal barbiere.
Lui sorride, forse per qualche ricordo; o forse perché, finche c’è qualcuno che ti consiglia di andare dal barbiere senza sapere quanti problemi possano derivarne, c’è da sorridere.
Ma forse sorride perché in fondo ha piacere di un buon consiglio.
Tuttavia ora il problema si è fatto un pochino più complicato.
Non si tratta più dei capelli, perché Giacomino ne ha persi parecchi, anche se si ostina con una serie di tentativi disperati a coprire le zone più chiare. Ha fatto anche diversi tentativi terapeutici ma con risultati sempre in discussione. Il barbiere continua a promettere miracoli. Il guaio è che il barbiere è diventato quasi completamente calvo e che nessuno gli crede più.
Ma non si tratta di capelli, dicevamo.
Il problema è di natura più professionale; e quando si va sul professionale, tutti capiscono che si parla di barba.
Perché Giacomino è incerto se tagliarla o meno per la foto.
Durante le ferie se l’è fatta crescere ed è una barba proprio da professionista.
In effetti, la barba se l’era fatta crescere del tutto un’altra volta solamente, quando tutti avevano cominciato a chiamarlo ingegnere, cioè due mesi prima di laurearsi. Quando, oramai sicuro del fatto suo, aveva sparato ai quattro venti il titolo e la barba.
Poi, piano piano, s’era tagliato la barba e pian pianino anche il titolo. Sì, perché essere chiamato ingegnere gli aveva cominciato a dare fastidio, da qualche anno.
Appena laureato, come ogni persona a modo, si era buttato sull’insegnamento. Domande di supplenze, un concorso.
Aveva cominciato tra un progetto e l’altro; ma il guaio era che i progetti rimanevano suoi, cioè non riguardavano altri che lui. Di clienti, di lavoro, di attività professionale. Progetti di fare tante cose e bene. Il guaio è che non gli riusciva di farli uscire dalla sua testa.
Non è che non li comunicasse, anzi, forse ne parlava tanto che qualcuno si era subito stancato di ascoltarli.
Ma il fatto è che il lavoro non arrivava, i clienti neppure e l’attività professionale più importante era il tennis, che serviva a mantenere ad un buon livello le pubbliche relazioni nel circolo tennistico ( bisogna però dire che il tennis fu presto abbandonato per il suo alto costo e la sua scarsa redditività ).
E così l’insegnamento, malvolentieri, tra uno sbadiglio e l’altro degli alunni e una discussione-lamentela continua tra colleghi.
Ma nell’insegnamento, come tutti sanno, c’è il problema del ruolo e del punteggio. Così, tra un incarico e una supplenza temporanea, sperava sempre di diventare di ruolo, finche un bel giorno cominciò a rispondere agli annunci sui giornali.
E così scoprì che una serie di possibilità gli si spalancavano nelle vendite.
Da due anni aveva lasciato l’insegnamento ed era diventato il funzionario commerciale ( così si diceva ) di una società di apparecchiature scientifiche elettromedicali.
E così, d’estate, si era fatto crescere la barba. L’aveva fatta prima crescere per due giorni, poi ci aveva pensato su profondamente ed aveva deciso.
Ma si era ripromesso di non lasciarsi influenzare stavolta dai giudizi degli altri. E, in effetti, finora ci era riuscito.
La barba c’era, folta, gli altri l’avevano accettata, aveva ripreso in pieno la sua attività; era stata una novità per tutti che aveva messo decisamente qualche cosa di nuovo nei suoi rapporti.
Ma lui in fondo non era ancora sicuro di tenersela e non si era ancora accettato a fondo. E poi c’era sua moglie, che dopo averlo inizialmente osteggiato e subito dopo incoraggiato, alla fine aveva deciso di schierarsi tra i contrari.
Non diceva molto, ma ogni tanto faceva delle smorfie altamente significative. E questo naturalmente lo faceva intestardire sempre di più nella sua decisione di tenersela, la barba.
Comunque, quando la moglie faceva quelle smorfie, Giacomino era messo alle strette.
Era un fatto più o meno cosciente, ma proprio da quelle smorfie lui sapeva di non avere molte scelte facili. E che le scelte gradite erano poche.
Conosceva a memoria quella bocca leggermente storta mascherata da un sorriso. E quando la vedeva si preoccupava; perché si rendeva conto di non avere molto tempo per definire la sua posizione. Più che il fatto di dover sostenere una battaglia qualsiasi con la moglie, lo preoccupava il fatto che la smorfia non gli desse il tempo a lui necessario per una decisione ben ponderata ed equilibrata; per lui ci voleva sempre un po’ di tempo, e più ce n’era e più era gradito.
Ma quando cominciavano le smorfie, si accorgeva che il tempo era quasi scaduto; e questo lo innervosiva.
Ed era da più di una settimana che ormai veniva messo alle strette.
E così, Giacomino si infilò nel negozio del barbiere. E ne venne fuori senza barba.
Il primo ad incontralo fu Gianni. Giacomino lo salutò cordialmente, ma subito dopo cominciò a nascondersi istintivamente il mento, e affrettava il discorso nella speranza che non gli si chiedessero le ragioni per cui si era tagliato la barba. Anche perché sarebbe stato difficile spiegarle.
Gianni si mise a parlare del suo lavoro e poi gli chiese appena notizie della sua famiglia, al che lui ricambiò chiedendo a sua volta.
Si salutarono e solo allora Giacomino si rese conto che l’altro non si era proprio accorto che lui si era tagliato la barba, anche se prima per ben tre volte ne aveva fatto oggetto di una approfondita conversazione con lui. O forse aveva evitato di chiedergliene.
Ma l’ingresso nel portone di casa e l’incontro con la signora del V° piano gli confermò il fatto che la sua barba era passata quasi inosservata, tanto da fargli pensare che anche la moglie forse non se ne sarebbe accorta.




“Lasciatelo riposare, ragazzi, sta dormendo!”
Il nonno sonnecchiava su una poltrona un po’ sdrucita, col capo abbandonato da una parte e che si muoveva ad ogni respiro profondo, e qual leggero agitarsi faceva sembrare ogni volta che egli dicesse “No”. Sì, perché quel suo movimento a scadenza sembrava un rifiuto a qualche cosa, sembrava voler dire che non era vero che dormiva, che era sveglio e ben presente.
Tanto che i nipoti spesso si divertivano, chiedendogli qualcosa prima del movimento del capo.
“Hai rapinato la banca, nonno? Eh?” E lui col capo faceva no.
“Hai fumato di nascosto, vero, nonno?” E lui sempre no, secco, come se il dialogo fosse vero. Tanto che lasciava incerti i ragazzi, che li stesse prendendo in giro lui, e il gioco si interrompeva.
Il nonno aveva i suoi capelli bianchi sulle tempie, piuttosto folti vicino alle orecchie; ma la fronte aveva allargato il suo spazio sulla teca, lasciandolo nudo e disarmato nella parte superiore.
Ma, in compenso, un bel paio di baffi, signori baffi.
E il nonno riposava. E i baffi davano un’aria austera.
Il nonno però non si era mai fatto fare una foto, da quando aveva i baffi. Erano tanti anni ormai, e non c’era stato verso.
A tavola, la figlia gli disse tranquillamente che tutto era pronto perché lui potesse essere accolto nella casa di riposo Villa Serena e che mancava solo una sua foto recente per la sua carta d’identità, perché le foto di tanti anni prima non erano accettabili.
Al che lui annuì, e rispose calmo che se non erano accettabili non si poteva fare, perché se quelli erano i documenti, quello era lui.
“Ma, papà, tu eri così, ma ora sei diverso!” insisteva la figlia.
“Certo, è vero; ma sono sempre lo stesso.”
Il nonno era abilissimo nel dialogo tra sordi.
Capiva perfettamente che ci voleva la foto, ma lui, la foto l’avrebbe fatta quando voleva lui.
E così, fu deciso di organizzare un raduno familiare. Non si sarebbe potuto sottrarre all’obiettivo, sarebbe stato, anche malvolentieri, costretto.
E venne, il grande giorno. Arrivarono tutti. Venne anche il cugino del nonno. E si misero a scherzare.
E quando erano a tavola, sul più bello, ecco lì il nipote traditore pronto per scattare la bella foto di famiglia. Ma il nonno cominciò ad inveire, che non voleva essere ritratto, che lo volevano costringere a tradimento, e poi scoppiò in un disperato pianto.
Piangeva, piangeva il nonno e la tranquilla atmosfera fu rotta come per incanto.
“Perché fai così, su, non è niente!”
“No, non voglio,..........la foto la farò, ma quando i miei baffi saranno...........”
“Ma come dovranno essere, questi benedetti baffi?”
“Come li voglio io !!!”
“E come ?”
“Come due ali, somara, come due ali !!!”
I baffi del nonno erano pieni, folti, arrivavano a metà guancia per curvarsi leggermente verso l’alto.
“Ma sono già due ali, due grandi ali bianche, papà” faceva la figlia.
“Tu non capisci niente” fece il nonno, che si alzò per andarsene.
“E vuol dire che non si faranno le foto” fece la figlia.
Il nonno la guardò, come interrogandola, poi, come rasserenato, disse tranquillamente: “Eh, se è per questo, mi vado a dare una sistemata e le facciamo, queste benedette foto!” lasciando tutti un po’ sorpresi.
Si avviò alla sua stanza.
Si guardò allo specchio. Si arricciò meglio i baffi, un po’ più il destro. Poi tornò e posò.

Ma il nonno aveva ragione. Quelle foto con i baffi arricciati alla meno peggio non erano certo degne dell’aspetto severo e insieme gioviale che dopo qualche mese aveva, con due signori baffi alla Vittorio Emanuele, il giorno della sua morte.
E quei due grandi baffi bianchi sembravano proprio due ali, due ali per il suo volto. Come aveva detto lui.
Il nonno aveva un viso allungato e un po’ smunto, con due occhi profondi e neri, un naso un po’ ricurvo; aveva i capelli, tutti bianchi, sulle tempie, che si adeguavano perfettamente con i baffi che sembravano andare a formare due vie per seguirli.
E quei baffi davano al volto uno slancio, come un invito a volare.
Lui aveva detto come due ali; ed era vero.
Sembravano due ali, forse perché portavano al volto un’espressione diversa, che era tutto sommato più leggera.
Era come se i suoi baffi tradissero un po’ la loro funzione originaria.
Il baffo fa più severo e in genere appesantisce l’immagine.
Ma il volto del nonno ne risultava alleggerito, ed erano le ali per il suo sorriso che si annunciava sotto sotto.
Del nonno c'è rimasta quell’immagine concessa, ma lui aveva le sue buone ragioni per farla aspettare.
E, se fosse stato ripreso più tardi, avrebbe espresso meglio la sua personalità e il suo intimo desiderio di volare leggero incontro a qualcosa, incontro a qualcuno, incontro alla vita, incontro alla morte.

mercoledì 23 febbraio 2011

Il vecchio e l'alba



IL VECCHIO E L'ALBA

Il vecchio si girava e rigirava nel letto.
La notte torrida non gli aveva fatto chiudere occhio.
Aveva provato a prendere il sonno, ma gli era sempre sfuggito via, proprio quando sembrava che stesse per acchiapparlo. Il vecchio lo aveva cercato disperatamente, perché i suoi pensieri quella notte non erano allegri, e lo torturavano, e non riusciva a darsi pace nel letto.
Si alzò e passeggiando lentamente per la casa cominciò a rimuginare in piedi i suoi pensieri.
Erano momenti fugaci, che andavano e venivano per la sua mente, che lui non rincorreva ma che sciamavano di notte come le lucciole, illuminavano un angolo, un brillare improvviso e poi scomparivano nel nulla, consumati.
Il vecchio si affacciò sul balcone.
Guardò il cielo e vide che c'era qualche nuvola. Le stelle si vedevano poco per le luci della città.
Sentiva un caldo opprimente, tutto era immobile, non si muoveva un filo d'aria.
Allora si mise a fissare il grande eucaliptus, l'unico che era stato risparmiato e che sopravviveva vicino alla chiesa che si vedeva dal suo balcone.
Se ne stava immobile, forse anche lui provato dalla calura. Non muoveva una foglia. Era tutto teso in un grande sforzo.
Il vecchio invocò l'aria. "Non si respira" pensò, ed invocò che un refolo, almeno un refolo di aria venisse a mitigare quella stagnazione che dava quell'effetto così opprimente. Pregò che il cielo muovesse l'aria, che il mare mandasse la brezza. E rivolse gli occhi al cielo e guardò nella direzione del mare.
Sentì un cane che abbaiava. Anche lui forse stava invocando la brezza, oppure imprecava nella sua lingua.
Guardò di nuovo il grande eucaliptus. Sempre più immobile.
Anche il vecchio era teso. E i pensieri ricominciarono a turbinare nel suo animo, a vagare. Pensieri sfuggenti.
La madre gli apparve e lui si ritrovò bambino, su una spiaggia, con in mano un secchiello pieno d'acqua, e si divertiva a buttarla sui piedi di sua madre, che lo sgridava ma poi gli sorrideva e gli chiedeva altra acqua, e lui correva al mare col secchiello, altra acqua, la madre sorrideva da lontano.
Guardò di nuovo verso il grande eucaliptus. E lo fissò. L'albero era teso nella sua rigidità. Il vecchio continuava a fissarlo, sperando che si animasse.
Ma così, quello si fece tetro; e il vecchio ebbe paura, perché nelle ombre gli apparve come una sinistra figura.

E mentre si ritirava sentì un poco d'aria. Allora si rallegrò, perché il cielo e il mare forse lo avevano ascoltato. Ed anche il grande eucaliptus si mosse appena appena e gli apparve più allegro.
Il vecchio si rasserenò e torno nel letto, sperando di prendere 5 minuti di sonno.
Dopo un po', sentì la brezza. Era dolce era il piacere più grande.
E all'alba il vecchio prese sonno e i suoi pensieri si infilarono nei suoi sogni.
RIFLESSIONI SU RACCONTO E AMORE 1

Il racconto che ho incominciato traccia una storia d'amore.
Ma è un amore misterioso e tale deve rimanere.
L'amore va sfiorato con leggeri tocchi, non ci si può addentrare facilmente, anche perché resta sempre e comunque un mistero. Si può parlare di rapporti ma con delicatezza.
Si può parlare anche di sesso occasionale e questo può essere raffrontato con l'amore.
Se l'amore è un mistero, il sesso occasionale ci dà qualche indizio, ci indica qualche strada da percorrere, ci mostra legami vaghi tra uomo e donna. Il mistero dell'amore potrebbe essere comunque violato nel sesso occasionale.
E allora il mistero dell'amore vero si infittisce, perché non tollera violazioni o false raffigurazioni.
Mistero non vuole necessariamente dire che per descriverlo bisogna essere uno scrittore di gialli. Tuttavia qualcosa del genere può aiutare.
Con il sesso occasionale, il mistero è violato, ma l'enigma rimane profondo.
Questo duplice binario, l'Amore con la A maiuscola ed il sesso occasionale, è d'altra parte presente più che mai e non solo nella letteratura ma è il quadro della vita e delle storie amorose.
L'amore va da una bellissima musica ad uno stridere di suoni.
S'intreccia spesso con la ricerca di un piacere solitario che sovente non coincide con quello del partner. A volte si parla di piaceri stridenti, a volte di piaceri immaginari, spesso di piaceri sognati e rincorsi, e molto più spesso di piaceri ricordati, o meglio che se ne vanno insieme ai ricordi.
Il racconto perciò deve toccare sia l'amore sacro che l'amore profano, senza volerli definire, e insieme lanciare uno sguardo al difficile rapporto tra uomini e donne, e soprattutto ai problemi delle donne, perché i loro problemi e i loro desideri tracciano naturalmente le strade dell'amore.
Con uno sguardo incuriosito al mondo femminile, impenetrabile per il maschio. Alla solidarietà femminile, capace di far nascere comunità. Ai litigi tra donne, capaci di spaccare in due intere comunità che avevano equilibri secolari. Alla forza della donna, che arriva ai sacrifici più grandi. Alla donna madre e regina dell'educazione e della crescita dei suoi figli.
Lo sguardo incuriosito al mondo femminile non potrà darci una conoscenza profonda, ma potrà aprire uno spiraglio, una speranza di conoscenza.
Il mistero dell'amore e il mistero del mondo femminile possono essere sfiorati delicatamente dalla nostra curiosità, ma non si può immergervisi dentro senza restarne impigliati. E allora, con pazienza, bisogna trovare le strade per conoscere meglio se stessi, per entrare in contatto in qualche modo con il mistero profondo della nostra vita.
Il racconto può essere brioso, se siamo consapevoli delle nostre innumerevoli difficoltà, se ci lasciamo venir fuori nella nostra debolezza, se sorridiamo dei nostri errori, se mostriamo apertamente i nostri dubbi.
Che possono diventare i grandi interrogativi attorno ai quali può girare sempre la nostra storia con la speranza di riuscire a dipanarci tra le loro maglie e di riuscire un giorno con una dose di sicurezza ad esprimerli chiaramente agli altri.

venerdì 18 febbraio 2011

ACQUA

Arrivare finalmente al mare ed essere soli con i rumori della natura

e sentire l'odore salmastro arrivare con lo scroscio delle onde ;

e camminare sul bagnasciuga facendo attenzione ad evitare l'acqua

e poi correre incontro al vento per sentire la sua carezza ;

e guardare l'orizzonte per perdersi con lo sguardo

e contare le dune ad una ad una per perdersi nella sabbia;

e sentirsi liberi con il corpo e con la mente

e uscire finalmente fuori dal groviglio dei propri tumulti ;

e poter finalmente lasciare il proprio cuore e farlo cullare

dal rumore del vento e del mare

e tenerlo come un bambino tra le proprie braccia;

e sentire il rumore delle onde e del vento

e il fruscio della sabbia insieme al proprio respiro ,

e perdersi con lo sguardo nei colori dell'acqua.

E lontano all'orizzonte vedere la sagoma di una barca ;

e pensare di essere a bordo e sentirsi lontano lontano,

padrone del mare intero solo sulla piccola barca

e salutare il mare e abbracciarlo tutto con lo sguardo ;

e pensare che dalla barca la terra sembrerebbe tanto lontana

e che non si potrebbe vedere un uomo sulla sabbia.

E sentire il dondolarsi dell'acqua, che si muove insieme al vento;

e sentirsi una goccia d'acqua che è portata chissà… dove.......

E perdersi con lo sguardo alla ricerca del confine tra il mare e il cielo,

sentirsi immersi nel grande mistero della vita............

E sentire dentro una bella pace farsi strada tra i conflitti dei pensieri dentro.

E provare l'emozione del bello senza accorgersene

e senza doverlo poi in qualche modo commentare,

perché troppo semplice e grande insieme................

E capire che la grande acqua è buona ....e sentire di volere

parlare al mare e al cielo e alla terra e alle barche

e a tutto quello che vedo e che sento........

E sedersi sulla sabbia e prenderla tra le mani ;

e scavare una buca e arrivare fino all'acqua.

E sentire una gioia venire da dentro

e capire di essere tornato un po' bambino....




giovedì 10 febbraio 2011







RILEGGERE LA COSCIENZA DI ZENO DI ITALO SVEVO



Rileggere la Coscienza di Zeno di Italo Svevo ci porta ad una serie di considerazioni.



La prima considerazione che il romanzo è un' avventura dell'anima come l'autore osserva quando nel finale ci introduce alla sua psico-analisi e fa le sue considerazioni.

Si tratta di un romanzo in prima persona, che potrebbe essere il racconto della vita del protagonista, Zeno Cosini, e di una serie di episodi raccontati in un quadro di insieme. É un'avventura dell'anima perché il racconto ha sempre un profondo sguardo psicologico, cioè è un racconto delle riflessioni del protagonista e delle sue sensazioni in relazione ai suoi sentimenti, senza scendere però in un'analisi mai noiosa ed esasperata, è un'esposizione che cerca sempre di essere semplice al massimo e di far vivere i sentimenti del protagonista nella realtà che lo circonda.

La coscienza è proprio la narrazione dei sentimenti provati e di come il protagonista li ha provati in relazione al mondo esterno, ai suoi affetti, ai suoi amori, ai suoi vizi.

La seconda considerazione che in tutto il percorso si trova un grande sorriso, uno sguardo bonario e sornione, un piacere di vivere che striscia nel racconto ed emerge prepotente anche nelle circostanze più difficili, non è un'allegria ostentata per forza, invece è la voglia di guardare in faccia alla realtà e di non fuggire terrorizzati, è il coraggio di vivere il quotidiano che ad un certo punto fa capolino nelle pagine del romanzo e il protagonista, che è un uomo non sempre molto capace e non sempre molto pratico, alla fine però esce sempre vincitore rispetto ad un mondo troppo competitivo e ad uno scenario di guerra permanente, scenario che alla fine fa il suo ingresso in modo prepotente con la prima guerra mondiale e le considerazioni dell'autore sulle capacità di autodistruzione dell'umanità e sull'uomo con l'ordigno in mano che distrugge il pianeta.

La terza considerazione, personale ma non troppo, è che il romanzo si deve considerare dalla fine, dall'ultimo capitolo sulla psico-analisi e sulle vicende del protagonista e del suo analista e poi via via dall'inizio in poi, come se l'autore volesse raccontare le sue avventure dell'anima in un quadro psico-analitico, o comunque l'autore racconta tutta la vicenda, riallacciandola a dei momenti fondamentali della propria vita o a dei ricordi particolarmente importanti. D'altra parte nella breve prefazione il medico psicanalista, il dottor S., si decide a pubblicare per vendetta lo scritto del suo paziente che ha abbandonato le sue cure e lo ha truffato del suo tempo e dei suoi prodigiosi interventi terapeutici. E nel breve preambolo il protagonista stesso si riallaccia alle raccomandazioni del dottore di annotare i ricordi che gli arrivano dai sogni ma sente che molto gli sfugge, anche se gli sembra di aver ricordato di quando era in fasce, di essersi rivisto quasi neonato, e si mette a fare raccomandazioni a quel bimbetto che gli è riapparso, sulle difficoltà di sfuggire alle malattie e sulle difficoltà dei rapporti.

Una quarta considerazione è che il romanzo è l’esame di una ricerca psico-analitica ed insieme una critica della psico-analisi che viene messa in luce come un tentativo terapeutico però senza troppe pretese e soprattutto che non si sa su quali basi scientifiche poggi. Da considerare che il romanzo è del 1923 e che la psico-analisi dovrebbe essere ancora in fasce ma evidentemente ha avuto già straordinari sviluppi, perché viene esaminata con cura e ogni critica è molto approfondita e precisa ed il romanzo sembrerebbe essere stato scritto cinquanta o anche novanta anni dopo.









Il romanzo si divide in 6 capitoli.

Nel primo, intitolato il fumo, il protagonista racconta del suo vizio del fumo e di come inutilmente tante volte abbia ripromesso a se stesso di smettere di fumare e come trovi appunti in tanti suoi ricordi con la scritta u.s., che vuol dire ultima sigaretta perché egli si impegnava nel tentativo, sempre fallito. E racconta di una volta che tentò facendosi ricoverare in una casa di cura dove viene affidato alle cure e alla sorveglianza di una donnina dall'età indefinibile, tra i quaranta e i sessant'anni, di nome Giovanna. E dei suoi colloqui con Giovanna, sempre svolti nel tentativo di corromperla. E di come alla fine si ubriachi insieme con Giovanna , che intenerita dal vino gli fa piovere nella stanza 11 sigarette ungheresi. E di come a un certo punto abbia pensato che il dottore poteva spassarsela con sua moglie ed abbia sentito l'impulso irrefrenabile di tornare a casa per controllare e di come abbia abbandonato la clinica per tornarsene a casa.

Il secondo capitolo, intitolato “la morte di mio padre”, nasce da un appunto che ricorda l'evento con la solita annotazione" data, morte di mio padre, U.S.." (ultima sigaretta). Il protagonista racconta dell'ultimo periodo di suo padre, della sua malattia, di quanto la morte del genitore l'abbia colpito, e il tutto è legato ad un senso di colpa, al fatto che il dottore si raccomandava assolutamente di non farlo affaticare e di tenerlo a letto, che egli obbedì quasi ciecamente al dottore e all'infermiere e che lo tratteneva a forza a letto, al che il padre ebbe un moto di ribellione ma più che altro un momento di estrema vitalità che era l'ultimo e levò la mano contro la sua faccia e lo colpì e poi cadde a terra, morto. Questo lasciò sbigottito il protagonista, che arricchisce il racconto con i suoi insuccessi universitari, i suoi passaggi da una facoltà all'altra, i commenti del padre, il nomignolo con cui lo chiamava all'Università; e il senso di colpa e insieme la rabbia verso il dottore che gli aveva consigliato di forzarlo a letto riempiono il capitolo di una serie di ricordi di un un certo valore, ed arricchiscono il quadro di questo viaggio dell'anima del protagonista che erra tra i suoi ricordi.

Nel terzo capitolo, la storia del mio matrimonio, il protagonista racconta la sua vicenda con le sorelle Malfenti, Ada, Alberta ed Augusta, e di come lui, innamorato di Ada, sia stato sempre da lei respinto. ed allora abbia provato anche con Alberta, con lo stesso risultato e della sua antipatia per Guido, che ad un certo punto entra nella casa e viene subito accolto con grandissimo rispetto per la sua capacità di suonare il violino e del suo tentativo di competere con lui musicalmente riuscito in un disastro, e delle sedute spiritiche organizzate da Guido che lui cercava di prendere in giro facendo muovere il tavolino al buio. E racconta con gusto tutti questi avvenimenti che lo hanno fatto cadere nelle braccia di Augusta, la meno bella delle tre sorelle, ma che poi alla fine si rivelerà una moglie capace e soprattutto una compagna affettuosa.

Nel quarto capitolo, la moglie e l'amante, parla del suo amore per Carla, una ragazza piuttosto sfortunata che gli fu presentata da un amico che stava molto male e che poi morì e della quale lui si innamorò, tanto da cercarle un maestro di canto, che poi la porterà via al suo amore e che la sposerà.

Nel quinto capitolo, Storia di un'associazione commerciale , racconta della società commerciale che misero insieme lui e Guido, di un affare per cui si gettano ad acquistare del solfato di rame, della vita in ufficio e della bellissima Carmen che avevano assunto, di una gita in barca gioiosa, poi del male che si impadronisce di Ada, la moglie di Guido, del morbo di Basedow sul quale corre un lungo scherzo, poi delle crisi di Guido, del suo cercare assolutamente di fare dei guadagni personali, della morte di Guido suicida che è sicuro che lo salveranno ma per una serie di circostanze sfortunate muore. E del fatto che Zeno per un terribile errore segua in carrozza un altro funerale e se ne accorga troppo tardi.

Nel sesto capitolo, fine della psicanalisi, l’autore parla della sua decisione di porre fine alle terapie psicanalitiche anche perché dopo 6 mesi non ha notato nessun miglioramento, anzi la situazione è peggiore di prima. E’ scoppiata la guerra, ma nella città(Trieste) ci si annoia più di prima. Da un anno non ha scritto nulla, ora ha deciso di riaccostarsi ai cari fogli e di scrivere la storia della sua cura., anche perché la malattia è stata alfine scoperta, l’autore parla del complesso di Edipo, è quel male che lo accosta ad Edipo in rivalità con il padre e per amore di sua madre. Il dottor S. vuole trattenere il suo scritto e gli conferma che la terapia gli ha procurato delle forti emozioni. Al che l’autore ricorda le emozioni ricevute e le paragona a rose di maggio, immagini cui correva dietro e che ad un certo punto aveva l’impressione di raggiungere, ma poi si rende conto che sono sue invenzioni, sue creazioni, con le quali egli convive. Il dottore registrava e le immagini riportavano l’autore alla prima infanzia, poi alla scuola, cui andava accompagnato da una fantesca, Catina, mentre il fratello rimaneva beato a casa, e questa era un’immagine che si ripeteva spesso, Catina che lo accompagnava gli sembrava sempre più vecchia, poi pian piano si rendeva conto che il fratello lo invidiava perché lui andava a scuola. Un altro ricordo è una stanza bianca, il fratello gli chiede il cucchiaio, lui gli chiede un poco del suo zucchero scatenando le ire di Catina. Le immagini scompaiono, riappaiono piene di sole, lui è piccolo e gioca sotto il tavolino, ad un certo punto si aggrappa a della biancheria ed una boccetta di inchiostro cade dal tavolo e va a finirgli in testa e macchia il suo vestito, la biancheria, la gonna della mamma ed i pantaloni del papà. Le immagini se ne vanno, con rimpianto da parte sua. Racconta di un altro colloquio col dottor S., di lui che si ricorda bambino e vede lontana una gabbia, dentro la quale c’è una donna, bionda e formosa, e del suo desiderio di mangiarla. E del dottore che gli chiede se la madre era bionda e formosa e lui gli dice di sì, che anche la nonna era così. Ormai si sentiva guarito, ed il dottore gli confermò che lui era un convalescente che ancora non si era abituato a vivere senza la febbre. E nel successivo colloquio simula un sogno in cui mangia il piede della donna immaginata in gabbia. Ma si rende conto che le immagini pian piano svanivano e non venivano più. Crede di aver fatto un’importante scoperta scientifica sui colori e sul modo di percepirli. E sicuro di sé si confida con il dottor S., che gli dice che lui ha la retina più sensibile per effetto della nicotina; e allora deluso ricomincia a fumare come un turco. Alla fine, decide di andare a consultare il suo medico di medicina generale, il dottor Paoli, e di chiedergli consigli sulla psico-analisi. Ma poi non ne ha il coraggio ed allora si fa visitare e quello gli fa l’analisi delle orine. E lui si convince subito di avere il diabete e ne parla con la moglie che scoppia a piangere. Ma dopo qualche ora il dottor Paoli lo chiama al telefono e gli comunica che non c’è traccia di zucchero nelle sue orine. Legge la celebre opera del dottor Beard sulla nevrastenia.

Passa insieme con la famiglia due giorni di vacanza a Lucinico. Se ne va a meditare in riva al fiume e s’imbatte in Teresina, una contadina che conosce da tanti anni e che ha visto crescere. Prova a toccarla ma quella lo prende in giro. La guerra ormai avanza. La famiglia si trasferisce a Torino, lui si avventura nei campi e si imbatte in una pattuglia di soldati austriaci che lo minacciano e poi lo fanno riaccompagnare da un soldato che gli chiede informazioni sulla guerra sulla quale ambedue si interrogano ma non sanno rispondere. Ed il romanzo si conclude con l’incertezza che la guerra sta determinando e con il pensiero di un uomo che porti una bomba e che la faccia esplodere in maniera sconvolgente per l’intero pianeta.




SCHERZETTI per anime in pena



Un giorno mi incontrai con una donna che mi colpì violentemente proprio sulla tibia e sul perone con un calcio di una delle sue pistole, dopo avermi colpito più volte con delle ficcanti frustate sui genitali e con una piccola catapulta sul cervello.

Era armata di ogni tipo di armi, anche quelle della seduzione, che usava a suo piacimento come e quando voleva e si esercitava in modo imprevedibile, come del resto bisognava aspettarsi. Aveva le armi della favella, quella delle favole e quelle della menzogna, ma più di ogni altra le piaceva mettere in mostra le armi sue proprie , il suo fisicaccio, che metteva in guardia ognuno che osasse guardarlo. Tuttavia vi erano allora molti uomini coraggiosi che non si intimidivano proprio ; e allora veniva fuori il fatto che lei aveva numerose pistole ed anche tre mitra che portava nel carrello, insieme alla catapulta, alle fruste, alle catene ed ai coltelli, di cui ce ne erano a iosa soprattutto pugnaletti orientaleggianti, nonché armi chimiche di ogni genere, profumi, puzze pestilenziali, peccati di olfatto, piccole bombolette spraytan fatte in Taiwan che potevano distruggere eserciti interi, che stavano vicini ai peccati di gola di cui la sua borsa era piena di attrazioni fatali..

Un’ altra donna pietosa mi prestò soccorso. Mi disse che bisognava che facessi più attenzione a dove poggiavo gli occhi ed io le risposi che gli occhi erano miei e si appoggiavano da tutte le parti da soli e che non riuscivo a dominarli e che insomma mi pareva esagerato che uno sguardo qualunque potesse suscitare una risposta armata al che lei mi disse che anche uno sguardo era comunque una invasione di uno spazio altrui e che dovevo aspettarmi delle risposte se li lasciavo andare liberamente. Mi stavo alterando e fui colpito da una fulminante dose di insulti tipo maschio selvaggio e sciovinista e allora chiesi il significato ma nessuno dei presenti ne sapeva qualcosa e allora andammo a cercare sul dizionario ma anche lì non c’era niente ma il custode del dizionario ci diede delle indicazioni facendosi pagare una lauta mancia e così consultammo un’intera biblioteca e poi insoddisfatti anche una discoteca ed una pinacoteca per cui ci vennero pian piano delle domande sull’arte che si stava trasformando vorticosamente in quel tempo. Mentre eravamo assorti nella ricerca notammo un gruppo di persone che ci guardavano e parlottavano tra di loro e noi gli chiedemmo di che cosa parlassero e ci risposero un poco in coro che non erano affari nostri e che dovevamo preoccuparci dei….. nostri zebedei e allora cominciammo a preoccuparcene, anche perché ne avevamo tutti i motivi, perché la situazione si stava facendo critica e la temperatura stava cominciando a salire vorticosamente, forse erano dei campi elettrici o meglio magnetici, sentivamo che le nostre cellule erano come calamitate ed insieme ci sembrava che facesse un caldo terribile come se ci stessimo tutti ad arrostire in un grande forno a microonde. Il fatto è che quando la temperatura arrivò sugli 80 gradi che non ricordo più bene a cosa corrispondessero, anche perché non avevo avuto nessun tempo di leggere alcun libretto di istruzioni e poi anche se ne avessi avuto sono sicuro che non le avrei lette non perché io sia un tipo pigro cui non piace leggere questo non lo direi piuttosto le istruzioni sono quasi sempre in una miriade di lingue e non si riesce facilmente a trovarne una buona e quando l’hai trovata non la capisci perché è la traduzione della traduzione della traduzione,….. ma perché non avevo un termometro a portata di mano?! Comunque cominciammo a squagliarci tutti e le nostre anime incominciarono a vagare incuriosite ma poi nel momento in cui entrarono in un ambiente e si trovarono con un gruppo di esagitati furono prese letteralmente a calci nel sedere, e furono inutili le lamentele e le richieste di maggiore educazione perché continuarono a prenderci a calci nel sedere anche perché le nostre lamentele loro non le sentivano proprio e non ci vedevano proprio ma per loro natura prendevano a calci nel sedere qualunque cosa anche le anime disgraziate che gli capitavano involontariamente sotto tiro. E ci spinsero all’interno di uno stadio, dove stava per cominciare il concerto di un cantante. Il pubblico si stava scaldando con la ola e così noi fummo presi da una parte dello stadio e spinti dalla folla sulle braccia degli spettatori dall’altra parte passando di mano in mano in quel vortice. Ci chiedevamo che senso avesse tutto ciò e ci facevamo l’un altro le più impietose domande ma il dibattito non poteva cominciare con quello schiamazzo ma fortunatamente fummo gettati in gruppo fuori dello stadio e finimmo in uno stagno che si trovava nei pressi dove starnazzavano beatamente quattro oche.

I nostri spiriti sia individuali che di gruppo stavano per riprendersi alfine in un ambiente naturale più consono a degli spiriti ma l’acqua dello stagno era veramente fetente tanto fetente da dare il voltastomaco anche alle anime dei più puri figuriamoci a noi che eravamo sempre immersi in pensieri difficilmente emendabili e stavamo sempre colla testa tra le nuvole ; così che pure le oche ci stavano male in quel fetore di stagno e cominciammo a pensare che fosse inquinato ma nessuno faceva apertamente quel pensiero o almeno si sentiva di confessarlo in pubblico ; così ci mettemmo a cavalcioni delle oche sperando che prendessero il volo ed eravamo quasi esanimi per lo spavento e per la puzza e per l’ambiente che appariva infestato ma arrivò un camion pieno di acqua putrida e ce la scaricò addosso a noi e alle papere, che cominciarono a starnazzare terrorizzate, figuriamoci noi che gli stavamo leggeri leggeri in groppa, insomma tanto fu il terrore che prese quelle povere bestie che scapparono via e presero il volo e noi con loro, perché non eravamo neppure nelle condizioni di scendere, tanto eravamo spaventati ed indeboliti.

Il volo delle papere era comunque un’esperienza nuova, che un pochino ci rinfrancava, era finalmente una esperienza più adatta a noi nella nuova dimensione se così si può dire ma anche se non si potesse chi ce lo potrebbe proibire in fondo non è stato ancora promulgato alcun editto che ce lo vieti anche se noi non abbiamo una grande esperienza sulle leggi che escono da tutte le parti tanto che non ne sa bene quasi nessuno ed anche gli esperti si sono tante volte persi nella rincorsa e qualcuno li ha visti smarriti rifugiarsi dentro a qualche grande libro per tentare di trovare un poco di sollievo alla paura e alla minaccia della follia; più consono se vogliamo, anche perché il volo resta sempre un misterioso arrampicarsi nello spazio, del quale spesso non abbiamo una idea precisa e che ci lascia sempre affascinati e turbati, perché ci troviamo nello spazio e insieme nel tempo ed abbiamo la sensazione di tutti e due messi insieme, e ne sentiamo il fascino e insieme ne abbiamo soggezione; sennonché proprio sul più bello, ad uno ad uno perdemmo l’equilibrio ad una virata di gruppo delle oche e finimmo impigliati nei rami di un albero di pino; che erano pieni di resina che ti si appiccicava da tutte le parti dell’anima, e non c’era modo di togliersela di dosso. Eravamo praticamente prigionieri di quella poltiglia quando si levò un forte vento e si scatenò una grande bufera che fece prima dondolare le chiome dei pini e poi sempre più vorticosamente se le avvolse e se le portò via e noi appresso in gruppo, perché stavamo in due pini che viaggiavano insieme nella bufera. Il fatto è che i pini quando prendono il volo non si sa come atterrano dopo e infatti noi che pensavamo che il viaggio fosse lungo ci eravamo sistemati a cavalcioni del tronco anche perché tutto quello scombussolio aveva liberato tanta di quella resina che ormai ci eravamo abituati bene e non ce la sentivamo più così attaccaticcia, anzi ci sguazzavamo bene, ma il vento cessò di colpo e fummo sbalzati violentemente in mezzo al fango delle sabbie mobili di una palude. Stavamo per essere inghiottiti e ci aggrappavamo con tutte le nostre forze ad un ramoscello di pino che si trovava lì nei pressi , e come fanno delle povere animelle a sforzarsi per non essere inghiottite per sempre dalle sabbie mobili, ci dibattevamo in ogni sforzo possibile, e l’una sull’altra le nostre anime cercavano di sottrarsi a quella misera sorte, avvinghiati e disperati insieme, tanto che alla fine uno di noi stava per sprofondare sotto il peso degli altri, e si sentì un grido straziante che malediva l’anima de li mortè o mortais come si scrive non si sa bene di tutti e allora fu ripreso severamente che quello non era il modo di esprimersi di un’anima anche se stava in pericolo, ma quello non ci voleva proprio sentire e insisteva in espressioni sempre più da trivio e poco degne e veramente disdicevoli e alla fine fummo costretti, anche dalla necessità di stargli sopra, di lasciarlo al suo destino crudele.

Un serpente, forse un’anguilla, stava rotolandosi nel fango e salimmo ben felici sul suo groppone e ci strusciavamo addosso alla sua schiena per ripulirci dal fango e dalla resina che avevamo addosso, era uno spettacolo che faceva tenerezza e un poco di raccapriccio insieme, ma lui non se ne accorse o almeno fingeva bene se faceva finta questo rimane un dubbio il fatto che se non dopo un po’ di tempo dovette rendersene conto, perché cominciò a fare dei grandi scrolloni che ogni volta ci sembrava ci facessero precipitare, ma noi eravamo attaccati con forza. Alla fine l’anguillone si fermò in una specie di tana per prepararsi la cena che consisteva in vermicelli in brodo accompagnati con un poco di insalata della quale era particolarmente ghiotto e tutti notammo che mangiava senza pane e senza condimento e pensammo
che forse stava a dieta perché era piuttosto grasso direi pingue forse obeso ed era anche un pochino anzianotto e forse doveva avere il diabete o qualche cosa doveva avercela per forza ma comunque non è che ci interessasse molto dei suoi problemi di salute, comunque dopo che aveva quasi finito si rivolse a noi che lo osservavamo ed eravamo sicuri di essere invisibili ai suoi occhi e ci fece dei grandi gesti chiedendoci se volevamo favorire, al che rispondemmo in coro che non ci sembrava educato, al che l’anguillone insistette e fece chiaramente capire che con lui non era il caso di fare i complimenti che si vedeva bene che eravamo delle anime in pena e che non toccavamo cibo da diverso tempo. E proprio su questo si stava per aprire un dibattito tra di noi, se accettare o meno, anche perché le anime sono puro spirito e noi poi quei vermicelli in brodo non è che ci entusiasmassero questo rimase tra noi naturalmente per non offendere l’anguillone che tanto generosamente ce li offriva, a me i vermi non sono mai piaciuti, ai cinesi si dice che piacciano, infatti uno di noi doveva essere di origini cinesi perché non fece proprio storie e si mangiò anche la parte nostra. Al che qualcuno rimbrottò che non gli sembrava giusto , ma quello non doveva capire bene la nostra lingua perché si voltava e rideva e qualunque cosa gli dicessero lui rideva si vedeva che era un buontempone o comunque uno che la prendeva bene la vita o quello che era la nostra situazione, non si lamentava di niente e sorrideva sempre. Considerata tutta la situazione io proposi a due compagni di fare un giro di perlustrazione nei dintorni, e tutti subito furono d’accordo, però dissero al cinese di rimanere a fare la guardia, la guardia di che mi domandai tra me e me, ma il cinese doveva aver mangiato la foglia e si rivoltò con un sorrisone talmente lusingato che io rimasi di stucco, impietrito da tanta semplicità, e allora intervenni e dissi che non c’era bisogno di guardie e che nessuno pensasse di fare il furbo, e il cinese mi guardò con un altro grande sorriso e intanto qualcuno si era offeso per il fatto del furbo che io avevo appena detto e cominciammo a darcele di santa ragione con tutta l’anima e di buona lena. Venne a dividerci l’anguillone che si rese conto che era scoppiata una rissa tra di noi e disse che non era uno spettacolo di suo gradimento e che ci avrebbe pagati volentieri se gli avessimo fatto vedere qualche combattimento di boxe, che era la noble art che lui preferiva, sebbene avesse anche in mente qualcosa di diabolico. Noi per accontentarlo improvvisammo un ring, piantammo dei bastoni agli angoli, li legammo con delle corde improvvisate fatte di rami e di foglie, ma l’anguillone disturbava e ogni tanto se ne mangiava una il fatto è che era ghiotto e mangiava la foglia appena poteva non si faceva in tempo di metterla e lui se la mangiava e fummo costretti ad interrompere i tentativi di costruzione del ring anche perché avevamo paura che ci facesse male che non volendo si mangiasse pure qualcuno di noi mentre ci affannavamo e insomma incrociammo le braccia e sprofondammo tutti insieme in un sonno profondo anche perché tutti quegli avvenimenti insieme così quel trambusto cui eravamo stati sottoposti ci aveva stressato eravamo sotto stress avevamo bisogno di un poco di riposo non chiedevamo assolutamente l’eterno riposo perché non sapevamo bene se era quello il momento comunque eravamo proprio in sovratensione anzi direi che eravamo eccitati troppo eccitati forse esageratamente e non potevamo tenere quel ritmo anzi mi domando come avessimo fatto fino ad allora che non ci avessero dato delle droghe leggere o forse qualche droga pesante chissà rimane un mistero come si possano drogare delle povere anime in pena che non sanno dove andare a finire e che vagano per lo spazio e per il tempo senza una meta precisa.

Al risveglio, perché ci risvegliammo come normalmente si fa, con dei grandi sbadigli, degli stiracchiamenti con cui ognuno riprendeva il contatto dopo essersi abbandonato nelle braccia amorevoli di Morfeo , chi si tirava su da una parte chi faceva finta di dormire per continuare il pisolo, insomma chi ci provava in un modo e chi nell’altro, al risveglio dicevo ci accorgemmo che ci trovavamo in un ambiente diverso da quello di prima, che era cambiata la scena, stavamo in una densa nebbia e non si vedeva ad un palmo di naso e noi cercavamo di capire come fosse improvvisamente successo le previsioni meteo non ne avevano parlato proprio e così le immagini apparivano sfocate e poi si vedeva qualche albero e ci incamminammo ma passò un treno improvviso che a momenti ci ficcava tutti sotto e allora ci accorgemmo che eravamo nei pressi di una grande ferrovia anzi di una linea speciale perché subito dopo sfrecciò un altro treno in direzione opposta e tutti ci chiedemmo come fosse possibile, e non avevamo fatto in tempo che cominciarono a sfrecciare da tutte le parti e allora doveva essere un grande snodo ferroviario qualcuno ipotizzò ma qualcun altro fece notare che erano tutti treni ad altissima velocità che per poco non ci rimettevamo tutti le penne e che bisognava stare molto attenti. Ci ritirammo di qualche metro e intravvedemmo il mare. Era un mare dai colori strani, delle onde si tingevano di rosso, altre di un grigio perla, altre di un verde pastello, un mare che si incrociava con un cielo colorato dall’arcobaleno. La costa appariva scogliosa ma piccole spiaggette si aprivano il varco tra le rocce e le grotte.




























giovedì 3 febbraio 2011





PANTERA UNA GATTA NERA NERA















Pantera era una graziosa gattina, tutta nera, e viveva in una grande casa insieme ad una coppia di giovani sposi che la facevano entrare e le davano da mangiare. Ella si era affezionata a loro, li considerava i suoi padroni, anche se rimaneva una gattina selvatica, che viveva fuori della casa, prevalentemente nel giardino della stessa, avventurandosi molte volte nella strada, soprattutto in cerca di qualcosa di sfizioso da mangiare, considerando che lì vicino c’era un negozio di alimentari dove lei cercava di infilarsi e talvolta riusciva ad intrufolarsi ed a rubare qualcosa di buono.


Il fatto è che essendo tutta nera veniva fuori subito la prevenzione contro i gatti neri ed il fatto che gli uomini avevano delle superstizioni in merito, Pantera non se ne curava molto, però aveva capito che c’era questa diceria sui gatti neri, lei che cosa poteva farci del colore del suo pelo non poteva decidere nulla, c’erano delle altre gatte che le avevano consigliato di farsi tingere tutta, magari bianca e rossa, ma lei era contraria a queste forme di ostentazione del pelo, poi era una cosa molto costosa e per gatte chic e lei non era proprio il tipo. Lei era piccola, piccola, troppo piccola per queste cose. E peraltro le piaceva il suo colore e non si sognava minimamente di cambiarlo per delle sciocche superstizioni degli uomini. Si rendeva anche conto che il suo colore metteva paura al cane del vicino, che ogni tanto le rivolgeva qualche ringhio ma si guardava bene dall’attaccarla ed anche dal desiderare di farlo perché era preso da un misterioso timore. E spesso cominciava ad abbaiarle contro, poi la guardava e smetteva con uno strano lamento che sembrava un’imprecazione.

Passava la sua giornata in mezzo all’erba piuttosto alta del giardino, le piaceva correre appresso alle farfalle ma non le riusciva mai di acchiapparne una, dava la caccia ai vermi, di topi non c’era sentore, dicevano che erano andati via tutti insieme ed ogni tanto si faceva vedere dal cane del vicino e quello disperato cominciava ad abbaiare ma senza speranza alcuna.

Un giorno venne un amico della coppia, era un tipo simpatico a Pantera, le sue simpatie per gli umani erano misteriose, ma gli piaceva proprio e quando lo vide di nuovo gli corse incontro e presa da uno slancio affettuoso gli salì addosso fino al mento e gli dette un piccolo bacio, cioè un morsetto ed una leccatina, ma lui gradì molto il gesto, Pantera non aveva idea dei baci, però da allora in poi riservò questo trattamento all’amico della coppia, poi gli venne di nuovo lo slancio e lo fece anche qualche volta con il padrone di casa, anche se rimaneva un trattamento particolare riservato all’amico.



Arrivò l’estate, il caldo e una bambina, Pantera si affezionò subito alla piccola, le piaceva e si infilava volentieri nella carrozzina, questa piccola cucciola umana che passava la giornata a dormire, poi si svegliava e si metteva a strillare e subito si precipitavano a darle da mangiare, che mangiava qualcosa con un attrezzo misterioso che sentiva chiamare biberon, e che ogni tanto si metteva a ridere, le piaceva proprio, le stava molto simpatica, e spesso si infilava nella carrozzina tra le proteste e le minacce della mamma e del papà, che la cacciavano via e la minacciavano, che non lo facesse più, ma era troppo bello stare insieme alla piccina, dormire insieme a lei. Finché un giorno non la sorpresero che dormiva beata proprio insieme alla piccola e la presero e la sculacciarono intimandole severamente di non farlo più e Pantera si prese gli sculaccioni senza protestare troppo, aveva capito che era proibito anche se non riusciva a capirne il perché, da allora, memore dei rimproveri severi e degli sculaccioni e degli strilli non si avvicinò più alla culla, anche se la piccina le rimaneva molto simpatica, ma era proibito frequentarla, e così Pantera riprese a correre nell’erba appresso alle farfalle ai vermi alle api di cui non aveva alcuna paura ed alle lucertole che a volte riusciva a prendere.




Passarono un paio di mesi ed una mattina la coppia fece i preparativi, chiusero la casa ed andarono via, con la bambina piccola. Pantera aspettò tutto il giorno, venne la notte e faceva freddo, ma quelli non tornavano, e non le avevano lasciato niente da mangiare, passò la nottata ma niente, se ne erano andati chissà dove, e l’avevano lasciata senza mangiare e così Pantera si fece coraggio e si piazzò vicino al negozio, appena poté si infilò dentro ma fu cacciata via con la scopa e con la minaccia che se si fosse fatta rivedere nei paraggi avrebbe rimediato una grossa quantità di scopate sulla schiena. Anche il cane del vicino sembrava aver preso coraggio e cominciò ad abbaiarle contro con grande vigore, tanto che Pantera ebbe paura, quello era capace di infilarsi da qualche parte e di farle la festa, stava diventando proprio feroce. E così decise di uscire dalla casa ed andare a trovare un gruppetto di gatti che vivevano randagi qualche centinaio di metri più in là, tra l’altro era passata una sua amica che faceva parte del gruppo e le aveva proposto di andare con loro. E andò.




Fu accolta con grandi festeggiamenti. I maschi da una parte che facevano commenti sul suo fisico e sul suo pelo, le femmine che tirarono fuori viveri che lei non conosceva, veri bocconcini prelibati. Fu festeggiata fino a tardi e la invitarono a dormire con loro, un posto si trovava, e lei accettò molto volentieri, non se la sentiva di tornare nel giardino solitario. Ci fece ritorno qualche giorno dopo, per constatare che non era cambiato niente e che i padroni se ne erano proprio andati via.


Visto che non c’erano novità, Pantera abbandonò definitivamente la casa ed il giardino ed andò definitivamente a vivere con la piccola comunità di gatti di cui ormai faceva parte.



La coppia di sposi con la bambina tornarono qualche giorno dopo. Non trovarono traccia di Pantera e cominciarono a preoccuparsi. Mancava, Pantera. Anche se quando l’avevano lasciata non si erano preoccupati molto di lei, i gatti sono attaccati alla casa, quando torneremo la troveremo qui, dove è la padrona. Ed invece niente. Scomparsa. Dopo un paio di giorni di indifferenza cominciarono le ricerche, con domande ai vicini, e alla fine il giovane sposo si mise proprio alla ricerca, gli avevano detto che forse era andata un pochino più avanti nella strada dove c’era una specie di comunità di gatti. Si portò una fettina di carne cruda. Arrivò dove gli avevano detto, cominciò a chiamare :“Pantera!! Pantera!!” finché quasi inatteso arrivò un miagolio da dietro un cespuglio, Pantera venne fuori, si fece guardare e si mangiò la carne ma si guardò bene dal farsi accarezzare e dal farsi prendere, che la venissero a cercare se la volevano, lei non aveva alcuna intenzione di tornare indietro, l’avevano trattata troppo male, non si può abbandonare così una gattina che era di casa.




E così lo sposo tornò dalla moglie e le raccontò tutto, ed insieme capirono che non sarebbe tornata, che preferiva la vita randagia e selvatica. E non la cercarono più. E Pantera non tornò più indietro, forse aveva trovato l’amore, comunque aveva scoperto la libertà.