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domenica 21 novembre 2010


ECONOMIA E MORALE

I - ECONOMIA E MORALE

La scienza economica oggi ci viene insegnata in relazione all’uomo e alla soddisfazione dei suoi bisogni.

Ci si dice che l’economia studia l’uomo e le sue capacità di risolvere i propri problemi servendosi dei fattori fondamentali. L’economia ( come oggi è intesa) prende per tradizione in considerazione il cosiddetto “ homo oeconomicus”; una speciale categoria oppure l’essere umano così com’è?

Che cos’è l’homo oeconomicus? In effetti la risposta più semplice è che si identifica con l’uomo nella sua semplice ricerca di soluzioni vantaggiose ai problemi della sua vita.

Ma in realtà è un’astrazione, trovandosi l’uomo nella sua vita in condizioni molto diverse da quelle ipotizzate.

Prendiamo una madre, che , per la necessità di allevare un figlio, sia costretta ad abbandonare il lavoro fuori casa. Scelta economica, certo.

Prendiamo un giovane, che, in cerca di una qualunque occupazione, cerca disperatamente una raccomandazione per trovare un posto che gli offra una qualche sicurezza.

Oppure un giudice, che prepara una sentenza.

O un sacerdote che appronta la sua predica.

O uno scommettitore che gioca al totocalcio.

In tutti questi casi ci troviamo di fronte all’homo oeconomicus, in alcuni insieme ad altre esigenze.

Questa divagazione mi serve per introdurre il discorso che porti su una riflessione sui rapporti tra economia e morale.

In tutti i casi segnalati e , in genere, nella nostra vita, non possiamo certo prescindere dal nostro rapporto con la morale.

Ebbene, il fatto che si insegni che l’economia studia il comportamento dell’uomo nel suo complesso potrebbe spingerci ad ipotizzare un rapporto tra economia e morale.

Un rapporto dovrà pur esserci, perchè se l’homo oeconomicus studiato non è un’astrazione completamente fuori dalla realtà, allora non so a che cosa servirebbe tanto interesse per la scienza economica, se si limita ad ipotesi irreali.

A questo punto si potrebbe dire : l’economia studia i fenomeni economici e non può essere né confusa, né collegata strettamente con la morale, prescindendo da ogni considerazione sulla variabilità della morale.

Ma un teorema così costruito è un discorso matematico che non prende molto in considerazione la realtà. E se osserviamo la realtà, ci troviamo di fronte l’uomo, con i suoi problemi individuali e sociali, che comportano la necessità di una scelta, in cui la morale individuale e le regole morali hanno un valore determinante.

Insomma, che cos’è questa morale? Qualcosa di cui si può facilmente fare a meno, mettere da parte, oppure è qualcosa di essenziale all’uomo perchè riesca a vivere, a fare delle scelte?

In genere , oggi si parla poco di morale: Si è messo molto in discussione anche l’esistenza della morale stessa.

Proviamo a darne una definizione: La morale è quell’insieme di regole ( precetti) che si insegnano al singolo perchè nella sua vita individuale e sociale egli possa fare delle scelte proficue per sé e per gli altri. La morale dà alla persona la possibilità di vivere in armonia con sé, con gli altri, e con il mondo.

Non si può facilmente mettere in discussione la morale.

Certo, tutto è discutibile e la teoria affascinante dell’uomo buono naturalmente e degli effetti negativi di ogni genere di precetto ha avuto ed ha largo seguito. Ma non si può né spiegare il fenomeno sociale, né quello di una ricerca di una gioia interiore senza prendere in considerazione la necessità di scelte morali, dettate da una buona intenzione di vivere nel rispetto e nella ricerca di un equilibrio, di un’armonia, tra sé e gli altri.

Nessun uomo è un’isola. E non si può considerare l’uomo solo come individuo.

Certo, la morale sarà sempre discussa, come può essere discussa l’educazione, come può essere discussa la tradizione; così come può essere discusso il futuro, ogni speranza.

Tutto può essere discusso, tutto può essere da alcuni giudicato vano e inutile, oppure dannoso.

Il pensare stesso può essere messo in discussione ; e chissà quanto piacere può fare a tanti un giorno sapere che è stata tolta del tutto la libertà di pensiero.

Ma dopo questa divagazione, desidero partire da una considerazione precisa: per la totalità dell’umanità la morale esiste ed ha un peso fondamentale nella vita, anche se esistono molti uomini che ne negano l’importanza.

Nei rapporti familiari, nei rapporti sociali, nel lavoro, nella sua vita interiore, l’uomo parte da una valutazione morale.

Perciò, essendo convinto di questo,mi riesce difficile pensare ad un uomo considerato al di fuori della morale.

Gli affari sono affari. Ognuno pensa al suo tornaconto. Allora non esiste la morale? In nome degli affari si può cancellare veramente ogni remora?

Questo interrogativo è quanto mai attuale, in un mondo sconvolto da scandali ed irrequieto per le esagerazioni immorali di molti personaggi pubblici.

Ma torniamo alla riflessione di partenza. Si può veramente pensare ad un soggetto che agisca, per un suo vantaggio, concretamente al di fuori di regole morali e che questa sia una regola da insegnare? Perché in fondo, con la teorizzazione dell’homo oeconomicus, la scienza economica dà un insegnamento, una dirittura. Per trarre il miglior frutto col minor dispendio di energie il cosiddetto homo oeconomicus è considerato astratto da regole morali. La scienza economica non può certo fare troppe riflessioni sul comportamento umano.

Ma forse questo è un equivoco.

Gli economisti classici hanno cercato di elaborare una scienza da un comportamento ipotetico di un ipotetico uomo, prescindendo da influenze giuridiche e morali. Da questo tentativo di molti studiosi si è, per equivoco, arrivati ad una conseguenza che non era nelle intenzioni degli studiosi e dei pensatori economici. L’isolamento dell’economia dalla morale non fa conseguire necessariamente che un comportamento economicamente proficuo prescinda dalla morale. Questa è una conclusione di comodo per molte persone, come un’affermazione di comodo è quella che gli affari sono affari.

Ma se per un affare bisogna rubare, od uccidere, non si vede come non ci sia un rapporto tra valutazioni economiche e morali. In conclusione, l’affermazione di una separazione tra economia e morale può essere fatta a fini teorici, speculativi, per studiare un ipotetico comportamento umano non condizionato nemmeno dalla morale, ma non deve portare a grossolani equivoci.

In ogni scelta, in ogni momento della nostra vita, tutti noi siamo in rapporto con valutazioni che non possono prescindere dalla nostra morale.

E d’altra parte anche le scelte economiche comuni sono fatte nella maggior parte dei casi in vista di beni futuri, o per migliorare la nostra vita o quella di persone a noi care.

Le scelte economiche lontane da ogni valutazione morale portano a situazioni poco chiare e poco umane.

A che serve comprare per speculazione pura? A chi serve? Chi ne trarrà mai vantaggi?

In verità, molti secoli fa, già Aristotele aveva fatto una differenziazione tra una scienza economica e una crematistica; la seconda sarebbe appunto l’insieme di studi sul come accumulare ricchezze.

Oggi sembra che questa differenza, così chiara per il grande pensatore greco, non sia bene evidente per noi, che veniamo continuamente confusi da concetti che ci vengono proposti per economici, ma che non sono da considerare tali.

La cosiddetta questione morale sta in questo periodo sconvolgendo fortemente la nostra vita pubblica.

I problemi presenti e futuri derivanti dalla corruzione e dalle difficoltà di affrontare il suo dilagare quando ormai sembra troppo tardi sono ben noti a ciascuno di noi.

Eppure, nonostante ciò, ci si continua a dare insegnamenti su di una economia cosiddetta di mercato, in cui la legge è la legge del più forte o meglio del più ricco; e in cui la corruzione è uno dei meccanismi tranquillamente utilizzabili per raggiungere i suoi scopi.

Come possiamo a questo punto trovare degli orientamenti in questa cosiddetta questione morale, quando sappiamo già in partenza che ogni cosa può essere stravolta dagli interessi del più potente ed ogni regola morale può essere tranquillamente calpestata?

Può l’uomo in quanto tale non essere schiacciato, insieme ad ogni altra cosa, dalle leggi del cosiddetto mercato?

Eppure, occorrerà che qualche voce si levi, per evitare che il mercato non domini completamente la vita degli uomini!

Oggi specialmente, fine del XX secolo, in cui si levano tante voci confuse a segnare un ipotetico trionfo di un’economia “di mercato” rispetto alle crollate (?) utopie del marxismo, o meglio, come si dice, rispetto al crollo del comunismo reale. In questo coro di osanna all’ipotetico trionfo, si rispolverano vecchissimi discorsi di un “mercato buono” in grado di garantire lo sviluppo migliore della società; e questi vecchi discorsi vengono fatti magari nel bel mezzo di un telegiornale in cui si passa da un reportage su una guerra civile a uno sui processi per corruzione e ad uno su un omicidio per un appalto, il tutto in una sequenza senza alcun commento.

E allora, questo “mercato buono”? Forse tutte queste notizie non commentate non fanno parte degli effetti di questo “mercato buono” che alla fine dovrebbe mettere tutti in condizioni migliori? Certo, bisogna sperare che non metta tutta l’umanità in posizione cosiddetta orizzontale prima che si levi una vocina di protesta.

Appare più che mai necessario che si discutano e rivedano i concetti dei rapporti tra economia e morale; e che si ponga a fondo il problema dei rapporti tra le cosiddette leggi di mercato e i problemi più gravi che oggi affliggono l’umanità, se non si vuole che si distrugga non solo la civiltà, ma anche la speranza di un vivere civile.

L’assistere impotenti, in questo spettacolo quotidiano mondiale, a catastrofi che distruggono interi mari, a dispersioni di intere popolazioni sterminate da guerre, a visioni apocalittiche di un rapporto sempre più impossibile nelle città tra l’uomo e l’ambiente; essere ubriacati da questi spettacoli fino alla nausea e sentirsi ripetere l’esistenza di un “mercato buono” capace di influenzare positivamente le nostre esistenze; ritengo che ciò getti nell’indifferenza la maggior parte di noi, ci faccia chiudere sempre di più in noi stessi e ci tolga la speranza.

Per questo è importante che si riprenda un qualche discorso sull’economia, e sulla necessità di una discussione sui rapporti tra scelte economiche e morale. Dibattito secolare da riaprire senza tentennamenti; e mi sembra che oggi non sia ancora negato il diritto di discutere e dibattere. Questo non è argomento di una tavola rotonda di quelle cui continuamente assistiamo, piene di parole vuote e per la quale gli stessi partecipanti non mostrano grande interesse. Questo interrogativo in fondo tocca ogni persona in modo più o meno pungente, e ognuno si chiede: debbo adeguarmi e rassegnarmi impotente, oppure posso ribellarmi, scuotermi dal giogo?

Se è vero che l’asino va legato dove lo tira il padrone, non è forse anche vero che molti uomini non si sentono poi così simili all’asino, o almeno chiedono che il padrone tiri in direzione diversa da
quella del precipizio?

II - ECONOMIA, FINANZA, POLITICA ECONOMICA: confusione nei termini.

Ripartiamo dall’asino. L’asino, animale umile e obbediente, che però è così testardo tanto che abbiamo imparato a definirlo come animale sciocco. Il famoso ciuco, con le orecchie lunghe. Somigliare ad un asino non alletta gli uomini, e soprattutto gli studenti; forse saranno le orecchie lunghe che fanno tanta paura, o chissà cosa.

Se l’asino sta scomparendo dalle società occidentali, in cui la macchina travolge tutto, ciò può dispiacere non solo agli ecologisti, ma anche a molte altre persone.

Ma il paragone dell’uomo con l’asino è troppo affascinante e difficilmente scomparirà, e l’asino forse continuerà a sopravvivere nella letteratura e nel cinema, forse per il vecchio discorso dell’uomo che ha paura di diventare somaro.

Eppure l’asino non va facilmente dove lo tira il padrone. Il padrone ha bisogno del bastone e se l’asino rifiuta di prendere una via, con tutti i suoi buoni motivi, giù bastonate per costringerlo, con le buone o con le cattive.

L’asino però si ribella, a volte. E l’uomo moderno oggi?

La diceria che l’asino va legato dove vuole il padrone non è molto confortante e ci porta a pensare ad un ritorno di una schiavitù sottile, di una forma di schiavitù che ci investe nell’intelligenza e ci porta a comportarci secondo degli schemi che stanno portando a fenomeni che ci inducono molte paure.

Quando ci passa qualche paura e guardiamo un po’ meglio la realtà, ci accorgiamo che la schiavitù non è solo riapparsa (ma era mai scomparsa?) ma addirittura sta rientrando ben benino come forma di integrazione di tanti nella società.

Questa divagazione sulla schiavitù può servire per aprire un discorso fondamentale: sulla facilità con cui oggi si confondono i termini. Sulla facilità di parlare di lucciole invece che di lanterne. Sulla confusione soprattutto in questi discorsi economici che riempiono le pagine di tanti giornali e che possono portare errori di massa.

Confondere i termini può essere una manifestazione di ignoranza, ma può anche stare a dimostrare una scelta di incomunicabilità che permetta di manovrare anche le opinioni in maniera molto semplice. E nel vasto panorama della pubblicistica economica, mi accorgo di una facile confusione molto diffusa tra economia e finanza.

Molti giornali dividono i due termini, molti altri li accomunano in maniera particolare, e la confusione nel linguaggio sta a dimostrare una grande confusione anche in chi scrive.

Certo, l’esperto in economia non potrà non guardare anche ai problemi finanziari e alle loro ripercussioni sui primi; ma i termini sono già molto confusi nel linguaggio comune.

Chi è un finanziere? Se prendiamo un vocabolario ci accorgiamo che 1) è un appartenente alla polizia finanziaria; 2) è una persona che si occupa di finanza.

Che cosa studia la finanza?

E’ l’insieme di studi tendenti a vedere come uno Stato può procurarsi i mezzi necessari per coprire le sue uscite. La finanza si occupa di imposte e tasse e insieme di spesa pubblica e di bilancio dello stato. Questa è l’accezione più giusta che si può dare al termine finanza, da cui lo studio della scienza delle finanze, come studio dei modi con cui lo Stato si procura i mezzi economici necessari per far fronte alle sue necessità.

Il termine finanza viene utilizzato anche con altro significato, riferito al singolo soggetto: il termine finanze sta ad indicare l’insieme di mezzi economici di cui può disporre una persona o una famiglia.

A questo secondo significato si rivolge per lo più l’attenzione dei giornali economici, nelle pagine di economia e finanza, e l’interesse che cercano di stimolare è quello di come possa il singolo o la famiglia meglio utilizzare le proprie risorse con investimenti fruttiferi. Certo questo è anche oggetto dell’economia, per cui il discorso sulla confusione dei termini può sembrare superfluo e non influente; ma a me sembra che un panorama esclusivamente finanziario o prevalentemente rivolto a guardare i movimenti degli speculatori e le migliori possibilità di investimenti, non possa non indurre a trascurare di guardare la realtà economica nel suo complesso e porti ad un esame riduttivo dei fenomeni economici.

Oggi più che mai, in un mondo dove si parla di “villaggio globale” e in cui la comunicazione è rapidissimo mezzo di diffusione di notizie, si corre il rischio di valutare prevalentemente alcuni aspetti della realtà e di non accorgersi assolutamente di altri problemi che invece riguardano la maggior parte delle persone.

Ciò appare abbastanza evidente rispetto allo scarsissimo spazio che viene dato ad effetti negativi di fenomeni speculativi; allo scarso interesse rispetto a problemi concreti quali l’impoverimento sempre più forte della maggioranza delle popolazioni, anche nei paesi più sviluppati.

Il fatto triste che ci si accorga molto, ma molto tardi, che miliardi di persone muoiono di fame non è forse in relazione anche al modo con cui ci viene prospettato il mondo economico dai mezzi di comunicazione?

Questo modo confuso, che getta molto interesse su alcuni personaggi, che suggerisce modi proficui di investire, che vuole inspirare una generale fiducia sui buoni metodi per conquistarsi un po’ di felicità (leggi soldi), non trascura forse un po’ troppo di informarci su tante situazioni disperate di mancanza del minimo di mezzi per sopravvivere che ci appaiono invece improvvisamente all’evidenza in molte occasioni?

Non è forse vero che questo voler confondere economia e finanza può significare porre un accento positivo sul libero mercato e sui suoi effetti positivi, volendosi aggrappare a forza ad una visione dell’economia che oggi più di ieri necessita di nuove visioni e nuove ricerche?

Perchè, se da una parte la caduta dei sistemi di socialismo reale ha portato ad enfatiche grida di trionfo del capitalismo, a pochissimi anni di distanza si può cominciare ad intravedere una certa difficoltà rispetto alle prime trionfalistiche affermazioni. I difficilissimi problemi che si pongono per le economie di mercato aprono visioni di guerre economiche che possono fare molte vittime. Lo slancio verso i nuovi mercati può aprire pericolosi vuoti in paesi in cui il capitale trovi qualche ostacolo (fisco, costo del lavoro) troppo riduttivo.

D’altra parte, il fatto che ci si possa confondere sia sulle parole e sul loro vero significato, sia nelle idee, è dimostrato dal modo in cui le pagine dei c.d. giornali economici danno spazio alla politica economica.

Che cos’è la politica economica? E’ l’insieme di interventi che lo Stato fa in campo economico. Rientrano in questo campo le variazioni del tasso di sconto, la cosiddetta politica dei redditi, gli interventi per favorire l’occupazione, gli interventi in alcuni settori dell’economia di particolare interesse pubblico, e tutti gli interventi tesi ad influenzare l’economia in direzione di obiettivi che migliorino la situazione della collettività.

Quest’insieme di interventi dovrebbe essere finalizzato, in un quadro di insieme, a realizzare un miglior indirizzo della vita combattendo soprattutto l’inflazione e la disoccupazione, cercando di favorire il risparmio per favorire anche gli investimenti.

L’insieme degli interventi statali ha però creato, soprattutto negli ultimi anni, un sistema che porta ad una grave degenerazione, che è soprattutto quella di interventi dello Stato volti a reggere il sistema creato.

In particolare la politica economica è diventata un insieme di provvedimenti tesi a tamponare gli enormi costi che il sistema di interventi precedenti ha determinato; e il lettore dei giornali ha acquistato pian piano questo significato alla politica economica, cioè l’insieme di interventi-tampone che lo Stato fa per ridurre un deficit pubblico sempre più allarmante.

Se ciò è un fenomeno reale, non può non preoccuparci, ma forse ci dobbiamo preoccupare di più quando, in questa permanente situazione di emergenza, ci si accorge che alcuni provvedimenti sono pericolosissimi per l’economia. Per fare un esempio non si può oggi non accorgersi del disastro che è stato determinato dall’abusivismo edilizio e non rendersi conto di quanto su questo abbia inciso la famosa legge sul condono edilizio. Provvedimento che ha sconvolto una situazione che bene o male si fondava su una pianificazione dell’edilizia e del territorio.

E non possiamo non preoccuparci delle conseguenze di questi provvedimenti tampone.

La politica economica deve essere rivisitata e deve riportare a vedere la necessità di interventi statali nell’economia soprattutto per aiutare o meglio favorire lo sviluppo di attività produttiva. C’è bisogno che non venga contrabbandata per politica economica una serie di interventi slegati e tesi esclusivamente a tamponare un deficit pubblico sempre più pesante. Nello stesso tempo c’è bisogno che riprenda un qualche significato la parola programmazione. Gli interventi dello Stato nell’economia devono tendere alla realizzazione di un programma finalizzato a riequilibrare le situazioni che possono essere create da un mercato troppo libero.

In questo senso, nella necessità di dare un giusto significato alla politica economica può essere giusta una critica al modo di presentarci economia e finanza che oggi va per la maggiore.

In questo senso si può parlare di confusione di termini e idee. Confusione che a volte si ha l’impressione sia ben voluta, creata e portata avanti. Ma la confusione dei linguaggi porta all’incomprensione; come la torre di Babele, che nel racconto biblico non si riesce a finire proprio per l’incomprensione dei linguaggi diversi.

III - ESISTE UNA SCIENZA ECONOMICA?

I problemi che incontra oggi l’economia sono molto legati a questa confusione generale del linguaggio, ma sono dovuti anche a molti altri fenomeni.

L’economia non è qualcosa a sé, isolato dalla vita umana. Essa non è altro, se si considera l’economia applicata alla realtà, che una maniera di applicare una scienza umana (l’economia pura) nella vita degli uomini.

I fenomeni economici d’altra parte non sono dei fatti che si verificano in un laboratorio scientifico di ricerca, ma manifestazioni della vita umana; non sono isolati né facilmente separabili da tutto ciò in cui si manifesta la vita degli uomini, sia considerato l’individuo che la società in cui egli vive.

Perciò i fenomeni economici non possono essere presi in considerazione come a sé stanti, senza considerare l’insieme dei fenomeni che riguardano la nostra vita.

Non possiamo considerare l’economia senza pensare ad esempio alla profonda influenza che su di essa esercitano le scelte politiche e la politica interna ed estera di una nazione. O anche i rapporti politici internazionali.

Se ciò può sembrare pacifico, occorre riflettere sulle influenze che hanno sull’economia tutti gli sviluppi della vita umana, perchè i fatti economici si debbono necessariamente adeguare alle varie situazioni.

Una riflessione particolare può riguardare l’influenza della politica.

Il crollo del muro di Berlino, cui ho già accennato, ha innescato una serie di fatti non prevedibili. L’improvviso sblocco o apertura dei paesi dell’Est Europeo e della Russia ha creato tutta una serie di fenomeni la cui vastità è ignota. Ha creato anche la necessità di nuovi equilibri, ed è innegabile che la nuova realtà politica internazionale sta determinando effetti economici, o ripercussioni su fenomeni economici, che difficilmente si è in grado di comprendere e di prevedere in questo periodo. Perchè una situazione politica internazionale nuova, senza più la situazione preesistente di un certo equilibrio tra due grandi potenze, ci trova impreparati ed incapaci di previsione sugli sviluppi della stessa. Ritengo che ci colga ugualmente impreparati a prevedere quali possano essere gli sviluppi dei fenomeni economici nuovi che stanno cominciando ad apparire.

Questa riflessione può portarci a considerare la portata dell’influenza delle situazioni politiche sull’economia. Riflessione corroborata dall’influenza immediata, che ci viene riferita quotidianamente, che sulla Borsa hanno i fatti politici.

Grande influenza hanno poi in genere tutte le notizie e il modo come esse vengono rivelate. La diffusione rapidissima delle notizie ed il rapporto tra le comunicazioni di massa e i fenomeni economici è argomento di approfondite ricerche, che però non possono darci se non una profonda verità: la sempre maggior influenza dei mass-media in molti campi e il fatto che il settore delle comunicazioni sia strettamente collegato ai potentati economici e politici, che possono attraverso il loro dominio controllare ed indirizzare gli effetti delle notizie.

Questa possibilità di influenzare i fenomeni economici dei mass-media ci porta a riflettere sull’enorme incidenza che hanno i fenomeni di speculazione.

Se questi possono essere visti come fenomeni economici e considerati come tali, anche da un altro punto di vista si possono considerare i grandi fatti speculativi, che, in particolare in questi ultimi periodi, sull’onda di misteriosi flussi, hanno portato a crisi monetarie e a disperati tentativi da parte dei governi per tentare di fronteggiare con manovre economiche gravi crisi innescate da detti fenomeni di speculazione. Questa enorme influenza dei fenomeni speculativi può far riflettere su come misteriose siano oggi le realtà di economie aperte, su cui possono influire fatti o influenze provenienti da molto lontano; e sull’impotenza dei meccanismi che possono essere adottati dagli stati per controllare gli effetti di fenomeni imprevedibili ed imponderabili, e su quanto sia sempre più difficile da valutare oggi la cosiddetta economia di mercato, considerate le possibili influenze che possono scompigliare gli equilibri di mercato, senza una possibile previsione dell’entità degli effetti di tali squilibri.

Né si può sottovalutare l’effetto del modo come certe notizie vengono comunicate. Il modo può essere tale da ridurre al minimo o amplificare al massimo gli effetti della notizia, e possiamo rendercene conto quotidianamente, di come alcune notizie siano volutamente portate quasi in silenzio, in sottofondo, per ridurre al minimo gli effetti che esse possono avere sull’economia.

Se prendiamo in considerazione come i fenomeni economici possono essere influenzati da vari fattori, possiamo renderci ben conto di quanto sia oggi difficile fare delle considerazioni di economia applicata anche semplici.

L’assenza di una vera politica economica può trovare spiegazione nella difficoltà della classe politica di fronteggiare in maniera semplice le ripercussioni di vari fatti sull’economia e gli sviluppi non prevedibili dei loro effetti.

Anche la religione può essere vista nei suoi rapporti con i fatti economici. Se consideriamo la religione cattolica, recentemente il papa Giovanni Paolo II° ha cercato di dare un messaggio per cercare di dire qualcosa nel confuso panorama economico attuale. E questo a distanza di oltre cento anni da un’altra famosa enciclica, quella della fine del secolo XIX° di papa Leone XIII°, la “Rerum Novarum”. La Chiesa Cattolica ha cercato di intervenire, dando messaggi indicativi, per i fedeli soprattutto, ma rivolti a tutto il mondo, per dire la sua sui fenomeni economici.

E’ certamente una posizione difficile oggi quella della Chiesa Cattolica, se si considera l’ostilità e la condanna con cui ha da sempre considerato ogni manifestazione del comunismo. Ma bisogna dire che nell’enciclica Centesimus Annus la Chiesa Cattolica ha mostrato di voler prendere le distanze anche da un certo tipo di capitalismo.

E come è inevitabile una interferenza tra la religione e l’economia, non si può non parlare di altri grandi fenomeni di questo secolo. La cosiddetta crisi di valori, con la chiusura dell’uomo verso un individualismo sempre più stretto alle soglie dell’incomunicabilità, con una ricerca di piaceri dettata dall’esterno; in una solitudine spesso disperata senza un preciso contatto con il mondo esterno. Questo fenomeno dell’individualismo ha esasperato il cosiddetto consumismo, e non si può in questa sede dilungarci su questi fenomeni, se non per riflettere quanto tutti siano in rapporto con i fenomeni economici.

Anche i problemi della famiglia non possono essere dimenticati in questa ottica. Come pure l’allungamento della vita media e i problemi di una società composta in gran parte da anziani.

Anche se questi sono fenomeni che riguardano solo una parte del mondo, che però è quella che fa da modello per i paesi in via di sviluppo.

Considerati tutti questi fattori, non si può guardare all’economia senza riflettere su di essi e mantenendo delle posizioni che risultano oggi di gran lunga superate dai fatti.

L’influenza della politica, delle comunicazioni, dei fenomeni di speculazione, delle religioni, nonché di tanti altri fattori, sui fatti economici possono portarci a concludere che c’è una enorme difficoltà di valutazioni economiche anche molto semplici, e a respingere con forza le deprecabili semplicistiche esaltazioni di trionfi dell’economia di mercato, affermate con disinvoltura dai mass-media, quando non si capisce assolutamente dove sia il mercato, da cosa sia determinato e quanto possano valere oggi teorizzazioni vecchie che parlano di un equilibrio naturale.

Dobbiamo piuttosto chiederci quale è il prezzo di questo tipo di modello economico che ci viene contrabbandato come economia di mercato. Dobbiamo chiederci se esiste in realtà questo tipo di economia oggi, e se il degrado penoso di certi sistemi non sia invece la manifestazione di come da certe posizioni dominanti non si cerchi in ogni modo di soffocare la libertà del mercato, riducendo all’impotenza i concorrenti più deboli e cercando con ogni mezzo, lecito o illecito che sia, di mantenere la posizione di privilegio.

IV - ECONOMIA E SVILUPPO DELL’UMANITÀ

Le riflessioni finora svolte portano a riprendere con maggiore efficacia un argomento.

Oggi è più che mai necessario che si sviluppi nuovamente un vero nuovo discorso economico, basato su un pensiero che tenga conto adeguatamente degli sviluppi della realtà contemporanea. Trascurare questa necessità, di una ricerca nuova, può portarci ad ulteriori conseguenze negative.

Negli ultimi 50 anni abbiamo imparato a convivere con l’incubo della guerra nucleare. Abbiamo imparato a convivere con l’incubo di un mondo distrutto dall’uomo anche rispetto all’aria che respiriamo. Abbiamo visto il Golfo Persico diventare nero per il petrolio. Abbiamo imparato, forse, a rimanere indifferenti a tutte le tragedie che pian piano ci stanno coinvolgendo. E che ci riguardano tutti, anche se ognuno di noi pensa che mai forse ne sarà sfiorato.

Perchè ci riguardano così da vicino? Perchè tutto tocca la sopravvivenza del genere umano, riguarda il nostro futuro, i nostri figli.

Non si può perciò trascurare la necessità che a fronte di tanti drammatici sviluppi della nostra vita, non consideriamo la necessità di un rinnovato interesse verso l’economia.

Interesse che però non sia di parte, che non sia legato esclusivamente al mantenimento di posizioni di privilegio, qual è il falso interesse oggi propagandato.

Non possiamo confondere per interesse verso l’economia il fatto che oggi ci siano tanti spazi nei giornali per le pagine economiche, o quello che la televisione ci informi quotidianamente sull’indice MIB in borsa; questo significa solo che c’è un certo sistema di informazione (o propaganda?) che va per la maggiore, e a quale spesso giocoforza bisogna adattarsi.

Il sistema di informazioni economiche rispecchia nella realtà quello che è il metodo acquisito da chi gode di posizioni dominanti e proprio attraverso le informazioni tende a rafforzare la stabilità.

Ma può oggi l’uomo della fine del 20° secolo rassegnarsi a verificare che nella realtà trova profondi riscontri la c.d. teoria delle posizioni dominanti e non cercare di orientare il proprio pensiero verso idee che meglio alimentino qualche spinta verso diversi e più giusti indirizzi?

Possiamo rassegnarci al fatto che potenti gruppi possono soffocare ogni iniziativa e determinare effetti così devastanti nel campo economico tali da limitare profondamente le libere scelte degli individui?

Se questa è la realtà, nella quale viviamo, possiamo tentare di aprire qualche breccia perchè si cerchino soluzioni migliori, sia a livello nazionale che internazionale.

Innanzitutto, se questa è la realtà, non si dovrebbe più parlare falsamente di economia di mercato, essendo il mercato non aperto e non libero.

Non si dovrebbe più parlare di libera concorrenza, ma di concorrenza in una gara falsata che ha in partenza dei vincitori.

Non si dovrebbe più parlare di un mercato capace di per sé di organizzare naturalmente il miglior equilibrio possibile, ma di un mercato che rafforza in partenza solo alcune potenti posizioni e indebolisce sempre di più le posizioni meno potenti.

E allora, che fare?

V - CRISI DEL PENSIERO ECONOMICO

L’unica via che oggi propongono gli esperti di economia del cosiddetto libero mercato è quella di adeguarsi opportunamente alle situazioni, suggerendo di schierarsi con il gruppo più forte momento per momento.

Certamente questa così elevata formulazione del pensiero economico rispecchia una crisi profonda ed una incapacità assoluta a cercare una qualche soluzione alle difficili situazioni che si sono andate via via creando.

Riflette una impotenza del pensatore a comprendere, nell’ambito degli schemi che la scienza economica ha elaborato nei secoli, la realtà odierna.

La crisi del pensiero economico è forse un aspetto della grande crisi che attraversa tutta la cultura contemporanea, frastornata dai cambiamenti troppo veloci della società in questo secolo. Crisi al buio, in una situazione di presunzione di aver scoperto la luce.

Forse la crisi del pensiero economico è un aspetto della crisi dell’uomo moderno dei paesi c.d. civili, troppo adagiato su false sicurezze e soffocato dall’immobilismo.

Riprendendo il discorso dal quale eravamo partiti, il pensiero sull’economia deve riflettere sulle nuove realtà e rimettere in discussione il rapporto tra economia e morale.

Riflettendo sulle nuove realtà su cui indagare, il pensiero non può più permettere che siano fatte continue distorsioni della realtà: bisogna indagare su di essa senza partire da falsi presupposti. Non si può continuare a parlare di libero mercato, quando si sa benissimo che non esiste e che è una fantasia del pensiero di economisti di oltre duecento anni fa. O almeno non si può affermare che oggi esista. Non si può neanche affermare il trionfo del capitalismo; la realtà ci offre il trionfo di alleanze tra gruppi economici, poteri degli Stati e poteri non statali. Non è il capitale che trionfa, ma il potere.

E un’osservazione appena attenta non può non cogliere come gli stati moderni, allargando via via le loro sfere di interventi, si siano assicurati una posizione di sempre maggiore ingerenza nei vari settori, venendo molte volte meno ai compiti che le norme fondamentali assegnano loro.

La crisi del pensiero economico è senz’altro la manifestazione di grande incertezza in cui oggi ci si trova immersi di fronte a fenomeni del tutto nuovi.

Lo sviluppo delle comunicazioni e dell’informatica hanno messo l’uomo moderno in condizioni completamente diverse da quelle di poche decine di anni fa. Lo sviluppo di una società post-industriale ha determinato altri problemi di incertezze.

I fenomeni di grandi emigrazioni, i mutamenti nella società, la crisi della famiglia, sono tutte realtà che ci trovano impreparati ed incerti.

Ma se la realtà sta subendo trasformazioni forse troppo veloci, il pensiero non può allontanarsi da essa, e soprattutto quello degli studiosi, che devono cercare di comprendere la realtà e manifestare nel modo più appropriato il loro pensiero.

In conclusione, se da una parte può trovare qualche giustificazione l’incertezza del pensiero economico di fronte ai grandi mutamenti di questo secolo, d’altra parte non può essere giustificata una mistificazione della realtà stessa, allo scopo di farla apparire diversa.

In questo caso, l’esperto che riempie le pagine dei giornali o gli schermi delle TV pubbliche e private può essere tranquillamente paragonato al protagonista di uno schect pubblicitario che propaganda una marca di detersivo o di caffè.

Non è più pensabile che persone altamente qualificate e in grado di interpretare efficacemente il loro ruolo, debbano ridursi al ruolo di burattini sapientemente manovrati.

Occorre perciò che si esca dalla confusione in cui siamo immersi. Occorre una nuova riflessione sul rapporto tra economia e morale. Occorre una nuova definizione della politica economica.

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